/page/2
I CARCIOFI DI CE’
Ogni viaggio è accompagnato da una valigia. C’è chi sceglie di riempirla con vestiti di ogni sorta, scarpe e orecchini, c’è chi la imbottisce di libri e cd, c’è chi la farcisce di cibo e di pentole. Io mi colloco nella terza categoria. Del resto saper essere degli ospiti desiderati è un’arte a tutti gli effetti. E così sono partita alla volta dell’ Irlanda, terra abitata da i miei cari Teo e Tomi che nel frattempo si sono moltiplicati. A febbraio è arrivata la piccola Emi, fagottino di bellezza e serenità (apparte quando impreca affamata-ma è bella lo stesso). Essendo la ragione del viaggio il passare insieme le vacanze di Pasqua, Ce’ - il nonno di Emi- mi ha incaricato di recapitare sani e salvi ben quattordici carciofi (già lavati e privati delle foglie più esterne) e i loro gambetti dal sapore intenso. Non c’era nessun rischio che io li divorassi all’aeroporto, ma il bagaglio (imbarcato nella stiva a causa della presenza di olio extravergine di oliva e di una contundente padella in ceramica) si sarebbe potuto perdere in quel mondo delle valigie mai consegnate. Che brutta fine sarebbe stata per il gregge di carciofi di Ce’ !
I carciofi e la Pasqua: da quando è nato Ce’ pare sia un binomio inscindibile. E probabilmente lo era anche quando era nata la sua mamma e la nonna della sua nonna e la nonna della sua trisnonna. Insomma: un sacco di tempo. E soprattutto la Pasqua e i carciofi cucinati da Ce’: non è mai esistita Pasqua migliore.
Capirete ora di quale responsabilità io sia stata investita nell’attraversare l’Europa munita di tutti gli ingredienti necessari a preparare i suddetti ortaggi. Il bagaglio per fortuna, è arrivato indenne. Nessuno ha tentato di rubarmi l’armata di “Cynara cardunculus” che in questa umida parte di mondo pare sia merce rara.  I carciofi sono i fiori del sole. E infatti crescono in Italia.
Poche ore dopo aver varcato la soglia di casa di Teo, Tomi e della piccola Emi, mi sono accinta a spacchettare i doni portati con tanta attenzione. Sono stati accolti con un boato di gioia e con un sorrisino di Emi che sta sperimentando le infinite possibilità di espressione che ha il volto umano.
Dopo i convenevoli “Come stai?”, “Cosa fai?”, “Come è andato il viaggio?”, “Vuoi un thè?” (in Irlanda assumono quantità inquietanti di teina..) sono passata all’azione. I miei protetti carciofi non potevano attendere troppo prima di essere cucinati. E così ho predisposto tutto il necessario:
- loro i quattordici c. (potete contarli nella foto);
- un ciuffo di prezzemolo (che penso fosse sedano o qualcosa di simile, ma l’unica cosa adatta che fosse in frigorifero);
- un numerosa famiglia di agli; 
- olio extravergine di oliva a volontà;
- sale qb.

Dopo aver pulito gli agli (che avrete l’accortezza di non sminuzzare, per permettere agli schizzinosi di scansarli adeguatamente), ho proseguito con il preparare un battutino di quel curioso prezzemolo-sedanato. Viste le origini nipponiche di Tomi, e il loro culto per le affilate lame, in questa casa non mancano efficientissimi coltelli, e i battuti vengono che è una meraviglia! 

A questo punto è arrivato di il momento di immergere la famiglia di agli in una bella piscina d’olio..e così ho fatto, provvedendo al accensione del fornello (fondamentale!). Mi sono scordata di scrivere che Ce’ i suoi carciofi l’ha sempre cucinati con la pentola a pressione, e in questa versione che vi riporto ho utilizzato la suddetta pignatta. 


Una volta avvertito nell’aria il profumo dell’aglio ho aggiunto il prezzemolo-sedanato e ho lasciato soffriggere per qualche minuto.
Ecco che arriva il momento più artistico della ricetta: ho preso uno ad uno i carciofi e li ho tuffati a testa in giù nel soffritto, preoccupandomi di incastrare i gambetti verticalmente tra un carciofo e l’altro. Quest’ operazione è molto importante perché permette ai carciofi di catturare il sapore dell’aglio e del prezzemolo. Ecco una foto per capire la disposizione. 

Ho lasciato che i “fiori del sole” iniziassero una prima cottura nell’olio, e dopo qualche minuto ho aggiunto un bicchiere d’acqua giusto per evitare che bruciasse l’aglio (l’incubo di tutti i cuochi). Poi ho aggiunto altri due-tre bicchieri d’acqua e il sale prima di chiudere la pentola a pressione.

A questo punto non mi è restato altro da fare che attendere quei trenta minuti di cottura necessari perché il piatto risultasse perfetto alla maniera di Ce’ . E in questo tempo mi sono dedicata a contemplare la bellezza della piccola dormigliona Emi.
Una volta suonato il timer, insieme a Tomi abbiamo segretamente assaggiato un carciofo… erano squisiti! Il nonno Ce’ avrebbe esclamato: “Bel colpo! Brave!” 
Li abbiamo, poi, disposti in una “doggy box” perché la destinazione ultima dei carciofi (prima dello stomaco, s’intende) è stata un picnic nel giorno di Pasqua!!

E così è passata anche questa Pasqua, lontano dalla mia casa di origine, ma con le tradizioni più care nel cuore e nello stomaco..
La mia Pasqua va a braccetto anche con le uova dipinte, con il pane svizzero, con un tubetto di maionese, e con un bel salamino!
A presto!

I CARCIOFI DI CE’

Ogni viaggio è accompagnato da una valigia. C’è chi sceglie di riempirla con vestiti di ogni sorta, scarpe e orecchini, c’è chi la imbottisce di libri e cd, c’è chi la farcisce di cibo e di pentole. Io mi colloco nella terza categoria. Del resto saper essere degli ospiti desiderati è un’arte a tutti gli effetti. E così sono partita alla volta dell’ Irlanda, terra abitata da i miei cari Teo e Tomi che nel frattempo si sono moltiplicati. A febbraio è arrivata la piccola Emi, fagottino di bellezza e serenità (apparte quando impreca affamata-ma è bella lo stesso). Essendo la ragione del viaggio il passare insieme le vacanze di Pasqua, Ce’ - il nonno di Emi- mi ha incaricato di recapitare sani e salvi ben quattordici carciofi (già lavati e privati delle foglie più esterne) e i loro gambetti dal sapore intenso. Non c’era nessun rischio che io li divorassi all’aeroporto, ma il bagaglio (imbarcato nella stiva a causa della presenza di olio extravergine di oliva e di una contundente padella in ceramica) si sarebbe potuto perdere in quel mondo delle valigie mai consegnate. Che brutta fine sarebbe stata per il gregge di carciofi di Ce’ !

I carciofi e la Pasqua: da quando è nato Ce’ pare sia un binomio inscindibile. E probabilmente lo era anche quando era nata la sua mamma e la nonna della sua nonna e la nonna della sua trisnonna. Insomma: un sacco di tempo. E soprattutto la Pasqua e i carciofi cucinati da Ce’: non è mai esistita Pasqua migliore.

Capirete ora di quale responsabilità io sia stata investita nell’attraversare l’Europa munita di tutti gli ingredienti necessari a preparare i suddetti ortaggi. Il bagaglio per fortuna, è arrivato indenne. Nessuno ha tentato di rubarmi l’armata di “Cynara cardunculus” che in questa umida parte di mondo pare sia merce rara.  I carciofi sono i fiori del sole. E infatti crescono in Italia.

Poche ore dopo aver varcato la soglia di casa di Teo, Tomi e della piccola Emi, mi sono accinta a spacchettare i doni portati con tanta attenzione. Sono stati accolti con un boato di gioia e con un sorrisino di Emi che sta sperimentando le infinite possibilità di espressione che ha il volto umano.

Dopo i convenevoli “Come stai?”, “Cosa fai?”, “Come è andato il viaggio?”, “Vuoi un thè?” (in Irlanda assumono quantità inquietanti di teina..) sono passata all’azione. I miei protetti carciofi non potevano attendere troppo prima di essere cucinati. E così ho predisposto tutto il necessario:

- loro i quattordici c. (potete contarli nella foto);

- un ciuffo di prezzemolo (che penso fosse sedano o qualcosa di simile, ma l’unica cosa adatta che fosse in frigorifero);

- un numerosa famiglia di agli; 

- olio extravergine di oliva a volontà;

- sale qb.

Dopo aver pulito gli agli (che avrete l’accortezza di non sminuzzare, per permettere agli schizzinosi di scansarli adeguatamente), ho proseguito con il preparare un battutino di quel curioso prezzemolo-sedanato. Viste le origini nipponiche di Tomi, e il loro culto per le affilate lame, in questa casa non mancano efficientissimi coltelli, e i battuti vengono che è una meraviglia! 

A questo punto è arrivato di il momento di immergere la famiglia di agli in una bella piscina d’olio..e così ho fatto, provvedendo al accensione del fornello (fondamentale!). Mi sono scordata di scrivere che Ce’ i suoi carciofi l’ha sempre cucinati con la pentola a pressione, e in questa versione che vi riporto ho utilizzato la suddetta pignatta. 

Una volta avvertito nell’aria il profumo dell’aglio ho aggiunto il prezzemolo-sedanato e ho lasciato soffriggere per qualche minuto.

Ecco che arriva il momento più artistico della ricetta: ho preso uno ad uno i carciofi e li ho tuffati a testa in giù nel soffritto, preoccupandomi di incastrare i gambetti verticalmente tra un carciofo e l’altro. Quest’ operazione è molto importante perché permette ai carciofi di catturare il sapore dell’aglio e del prezzemolo. Ecco una foto per capire la disposizione. 

Ho lasciato che i “fiori del sole” iniziassero una prima cottura nell’olio, e dopo qualche minuto ho aggiunto un bicchiere d’acqua giusto per evitare che bruciasse l’aglio (l’incubo di tutti i cuochi). Poi ho aggiunto altri due-tre bicchieri d’acqua e il sale prima di chiudere la pentola a pressione.

A questo punto non mi è restato altro da fare che attendere quei trenta minuti di cottura necessari perché il piatto risultasse perfetto alla maniera di Ce’ . E in questo tempo mi sono dedicata a contemplare la bellezza della piccola dormigliona Emi.

Una volta suonato il timer, insieme a Tomi abbiamo segretamente assaggiato un carciofo… erano squisiti! Il nonno Ce’ avrebbe esclamato: “Bel colpo! Brave!” 

Li abbiamo, poi, disposti in una “doggy box” perché la destinazione ultima dei carciofi (prima dello stomaco, s’intende) è stata un picnic nel giorno di Pasqua!!

E così è passata anche questa Pasqua, lontano dalla mia casa di origine, ma con le tradizioni più care nel cuore e nello stomaco..

La mia Pasqua va a braccetto anche con le uova dipinte, con il pane svizzero, con un tubetto di maionese, e con un bel salamino!

A presto!

Ecco un bel pezzo per animare le vostre giornate invernali.. lei e’ bravissima, e modestamente, e’ una mia amica, e abbiamo addirittura suonato insieme :-)!

Ecco il suo canale youtube per chi volesse ascoltare altri brani!

Un abbraccio a tutti i mangioni del web!


Cari amici,
l’Autunno pare essersi scordato di noi, e tarda nel sorprenderci con le sue foglie calde e i suoi pomeriggi umidi. Noi, però, non ci siamo scordati di quanto sia bella questa stagione malinconica, e proprio per tentare di esortarla a non essere timida scrivo questa ricetta. Leggetela come una danza della pioggia, come un inno all’arancione e al vento freddo (che soffia mentre noi siamo al calduccio delle nostre case riscaldate) che porta via con sè le cose vecchie accumulate in tutto l’anno.
LA TORTA DI CAROTE SVIZZERA (Rueblitorte)
Questa ricetta appartiene al ricettario transalpino della nonna Frieda (anche chiamata “Grosi”-diminutivo di GrossMutter- dal resto dei miei cugini). Mia mamma ama prepararla in qualsiasi stagione dell’anno vista la facile reperibilità delle carote che sono l’ingrediente principale. Da piccola avrei voluto che invece delle carote fosse a base di licheni dell’Alaska così da impedire che venisse cucinata così spesso. Ebbene sì, non l’amavo affatto. 
Il tempo (per fortuna?) ci insegna a riconsiderare le nostre posizioni così fermamente acquisite nel passato, e così ho fatto pure io, scoprendo poi che questo dolce poteva anche soddisfare il mio palato voglioso di cioccolata e non solo ricordarmi una dolciastra frittata di carote (le uova sono le altre protagoniste indiscusse). E così ho iniziato ad apprezzare la croccantezza delle mandorle tritate, il pungente sapore dei chiodi di garofano, quello più soave e esotico della canella, e infine le tanto temute carote che danno un tocco di freschezza.
Una torta adattissima a questa stagione. Ve la consiglio accompagnata da una calda tisana e servita con un velo di yogurth bianco.
Per prepararla: 
5 uova (da dividere tra chiare e rossi)250 g di carote grattugiate250 g di mandorle tritate200 g di zucchero di canna (noi usiamo questo ma va bene anche quello bianco)70 g di farina1 limone buccia grattugiata e succoSpezie: 1/4 di un cucchiaino di cannella, un pizzico si polvere di chiodo di garofano.Mescolate i rossi delle uova con tutti gli altri ingredienti,alla fine aggiungete le chiare montate ben bene e versate in una teglia imburrata.
Infornate nel forno freddo e cuocete per un’ora a 180°.
                                                     









L’ultima volta che l’ho cucinata è stato per il compleanno del mio babbo. Mentre noi eravamo in cucina a mangiarla e a chiaccherare, il dolce Matisse si godeva in solitudine la pace della terrazza.

Cari amici,

l’Autunno pare essersi scordato di noi, e tarda nel sorprenderci con le sue foglie calde e i suoi pomeriggi umidi. Noi, però, non ci siamo scordati di quanto sia bella questa stagione malinconica, e proprio per tentare di esortarla a non essere timida scrivo questa ricetta. Leggetela come una danza della pioggia, come un inno all’arancione e al vento freddo (che soffia mentre noi siamo al calduccio delle nostre case riscaldate) che porta via con sè le cose vecchie accumulate in tutto l’anno.

LA TORTA DI CAROTE SVIZZERA (Rueblitorte)

Questa ricetta appartiene al ricettario transalpino della nonna Frieda (anche chiamata “Grosi”-diminutivo di GrossMutter- dal resto dei miei cugini). Mia mamma ama prepararla in qualsiasi stagione dell’anno vista la facile reperibilità delle carote che sono l’ingrediente principale. Da piccola avrei voluto che invece delle carote fosse a base di licheni dell’Alaska così da impedire che venisse cucinata così spesso. Ebbene sì, non l’amavo affatto. 

Il tempo (per fortuna?) ci insegna a riconsiderare le nostre posizioni così fermamente acquisite nel passato, e così ho fatto pure io, scoprendo poi che questo dolce poteva anche soddisfare il mio palato voglioso di cioccolata e non solo ricordarmi una dolciastra frittata di carote (le uova sono le altre protagoniste indiscusse). E così ho iniziato ad apprezzare la croccantezza delle mandorle tritate, il pungente sapore dei chiodi di garofano, quello più soave e esotico della canella, e infine le tanto temute carote che danno un tocco di freschezza.

Una torta adattissima a questa stagione. Ve la consiglio accompagnata da una calda tisana e servita con un velo di yogurth bianco.

Per prepararla: 

5 uova (da dividere tra chiare e rossi)
250 g di carote grattugiate
250 g di mandorle tritate
200 g di zucchero di canna (noi usiamo questo ma va bene anche quello bianco)
70 g di farina
1 limone buccia grattugiata e succo
Spezie: 1/4 di un cucchiaino di cannella, un pizzico si polvere di chiodo di garofano.
Mescolate i rossi delle uova con tutti gli altri ingredienti,
alla fine aggiungete le chiare montate ben bene e versate in una teglia imburrata.

Infornate nel forno freddo e cuocete per un’ora a 180°.

                                                     

L’ultima volta che l’ho cucinata è stato per il compleanno del mio babbo. Mentre noi eravamo in cucina a mangiarla e a chiaccherare, il dolce Matisse si godeva in solitudine la pace della terrazza.

Tagliatelle e ravioli irlandesi

Cari amici,

ecco finalmente giunto il momento di raccontarvi una ricetta che mi ha accompagnata dall’altra parte dell’europa per portare un po’ di sapori di casa nel cottage irlandese dove vivono mio fratello e sua moglie giapponese.

Siamo stati a trovarli nell’occasione del loro matrimonio, è stata una cerimonia molto semplice ma essenziale dove abbiamo avuto il piacere di conoscere la famiglia giapponese di Tomi, mia cognata. E’ stato un incontro molto toccante, due famiglie lontane che si sono abbracciate intorno all’amore di due giovani (mattacchioni! aggiungo tra parentesi e con un sorriso sul volto).

Nei giorni in cui ci siamo trattenuti in Irlanda ognuno di noi ha sfoderato le sue carte migliori per quanto riguarda la cucina; Tomi ha preparato un sushi delizioso (ho scoperto che sushi in giapponese vuol dire riso condito con molte cose e con del pesce) con pesce irlandese affumicato, pezzetti di avocado, funghetti (non allucinogeni), uovo affrittellato (come quello che trovate nel riso alla cantonese), piselli e tanti altri ingredienti. Un piatto saporitissimo e colorato. Teo (mio fratello) ha cucinato con Rose (mia sorella) un salmone al forno accompagnato da una salsa fatta di besciamella e bacche di ginepro, il tutto servito insieme a un riso selvatico..stupendo! (quanto mi mancano le invenzioni culinarie di Teo..)

E’ così giunto il mio turno..e ho proposto un piatto semplice, ma allo stesso tempo molto gratificante per il palato: la pasta fatta in casa. 

Abbiamo acquistato tutti gli ingredienti per la pasta (farina e uova) e per il sugo (un ragù finto fatto con soffritto di carote, sedano, cipolla e salsa di pomodoro) e ci siamo messi all’opera. Io ho, per così dire, diretto i lavori, come in una vera cucina di un ristorante rinomato. Sono stata chef per un giorno!

Sul tavolo di legno ho disposto più o meno 600 g di farina e ho aggiunto 5/6 uova (non mi ricordo esattamente, l’importante è che la pasta diventi elastica e che non facciate uso di acqua per impastare ma solo di uova) nel centro della fontana di farina. Ho aggiunto sale quanto basta (il miglior modo per capire e assaggiare!) e ho continuato ad impastare. Quanto la sfoglia aveva raggiunto una consistenza che mi soddisfava mi sono fermata. Al tatto deve risultare liscia, elastica, non troppo secca, e agli occhi…molto gialla, visto il consistente uso di uova (se siete vegani…al posto dell’uovo l’acqua e consultate i blog di vegani che sono un pozzo di sapere.. http://www.veganblog.it/author/marianna-s/).

A questo punto datevi un po’ di pace e lasciate riposare l’impasto per mezz’oretta circa.

Dopo aver fatto una merenda o uno spuntino rigeneratore che vi avrà restituito le energie necessarie potrete affrontare la seconda fase… terribile se siete dei fan del mattarello!

Io mi colloco nella categoria “fan del mattarello” (diciamo più per necessità, visto che non ho la macchinetta per stendere la pasta) e così in un cottage irlandese scaldato dal tepore della cucina economica mi sono messa a stendere con tutta la forza che avevo in corpo. Il mattarello era una barzelletta (lo potete vedere nella foto in cui prepariamo i ravioli) ma non mi sono lasciata scoraggiare e stendi stendi è venuta una sfoglia abbastanza fine (tipo fettuccine). Tagliarla è stata un po’ un problema; Teo e Tomi avevano appena comprato il tavolo di legno che non poteva assolutamente essere inciso. Ho risolto spostando la sfoglia su un tagliere d’ulivo.

E’ sopraggiunta poi la questione di dove lasciare asciugare le tagliatelle.. ho legato due spaghi sopra la cucina economica e una ad una le abbiamo “stese” come panni al sole. 

Poi abbiamo fatto un po’ le grulle…

… soprattutto Rose!

E dopo circa quaranta minuti di asciugatura le abbiamo tirate giù e disposte (infarinandole) nel contenitore di legno che si usa per il sushi portato a Tomi dalla sua famiglia giapponese.

Un vero gemellaggio Italia-Giappone!

Per la cottura..impossibile darvi un tempo di cottura! Dipende da quanto le fate spesse, quindi assaggiatele e basta. Se vi piace mantecarle col sugo, scolatele un po’ più al dente.

Ecco le tagliatelle al ragù finto in tavola!! (il piatto con il Monte Bianco di parmigiano deve essere il mio.. ;-) la solita golosona!)

Sono piaciute così tanto che il giorno dopo abbiamo fatto anche i ravioli. Il procedimento per la pasta è esattamente lo stesso. Preparate un ripieno di ricotta e spinaci (ottimo anche l’abbinamento cavolo nero-ricotta) e conditelo con sale, pepe, se vi piacciono un po’ di mandorle tritate. Disponete il ripieno al centro di un quadrato 5/6 cm per lato e piegate il quadrato a metà. Verranno dei bellissimi ravioli triangolari (ricetta pesarese). Conditeli con burro e salvia. Noi ne abbiamo fatti talmente tanti che li abbiamo congelati.

Buon appetito!

Cristina

Ecco le tagliatelle fatte in terra irlandese e stese come dei panni sulla cucina economica ad asciugare.. leggete la ricetta per sapere come sono state impastate!

Ecco le tagliatelle fatte in terra irlandese e stese come dei panni sulla cucina economica ad asciugare.. leggete la ricetta per sapere come sono state impastate!

Tarantella lucana – 
[Flash 9 is required to listen to audio.]

Ecco una registrazione molto “alla buona” di una stupenda tarantella lucana suonata da Mario all’organetto e da me al violino!

Se volete ascoltare altre musica di Mario ecco il suo canale youtube

Cristina.  Su di me ————————————————————————>

Cristina.  Su di me ————————————————————————>

Ecco il video di una mia amica irlandese.. una grande musicista, grande amante della cucina come me, e per fortuna (da poco) mia vicina di casa!! Ecco il suo sito web: http://www.naomiberrill.org/, e il suo canale youtube: http://www.youtube.com/user/coulombe77 !

LA PARMIGIANA DEI MIEI SOGNI
Cari amici,                                                                                                                   
chi l’avrebbe mai detto che avrei cucinato una parmigiana in barca a vela nel mare dell’Isola d’Elba?! Così è stato. Tutto è nato da un invito colto al balzo (la mia specialità) di una banda di amici che avevano progettato di circumnavigare la buffa isola a forma di pesce, e visto che avanzava un lettino mi hanno proposto la cosa. Inutile dire che non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di una così speciale vacanza con degli amici storici che mi hanno visto crescere. Siamo partiti alla volta dell’Elba e la levataccia è stata ricompensata prestissimo quando abbiamo avvistato diversi delfini intenti a recuperare qualche pesciolino sfuggito alle strette maglie delle reti dei pescatori. Nel mentre cercavano di accaparrarsi la colazione, ci hanno regalato lo spettacolo della loro eleganza, ballerini del mare. L’Elba in lontananza, il vento nei capelli, il blu profondo quasi inquietante del mare, il dondolio della barca che ci cullava come una madre, le urla felici dei bambini, i sorrisi stampati sui nostri volti di adulti. Un’esperienza indimenticabile.
Oltre al mare, l’altro protagonista di questa vacanza è stato, tanto per cambiare, il cibo. Nella mia memoria letteraria i pasti in barca a vela (come quelli consumati dal povero Ulisse) erano ridotti a gallette di riso, carni essiccate, pecorini molto stagionati e il pesce pescato in navigazione. E invece mi sono dovuta ricredere..le barche a vela che solcano i mari e gli oceani del terzo millennio sono molto attrezzate e oltre ai gabinetti a pompa (occhio ai bagnanti..) sono dotate di funzionanti frigoriferi e cucine a gas. Così il menù è stato vario e ricco di mangiarini preparati amorevolmente dalla mamma-nonna Cat (gran cuoca e amante delle vittorie a scopa) e da Laure mamma-sorella birichina, nonchè mia compagna di squadra a scopone scientifico (naturalmente abbiamo sempre vinto sugli uomini dell’equipaggio..).                                                 
Un pomeriggio che eravamo intenti a riorganizzare la cambusa, scorgendo quattro melanzane, due mozzarelle e una pomarola che andava consumata, ho esclamato: “potrei fare una parmigiana!”, sicura dentro di me che l’equipaggio avrebbe risposto: “noooooooooooooo! ma come fai a farla in barca a vela????”. Invece la risposta è stata affermativa. In questo clima di entusiasmo collettivo generato dalla prospettiva di gustare un così prelibato piatto, si andava formando in me un’ansia dovuta al pensiero della preparazione e dell’importanza che questa mia prestazione potesse avere. Era un po’ come restituire tutta la generosità, l’affetto e la disponibilità che queste persone avevano dimostrato nei miei confronti. Non potevo assolutamente sbagliare. E come ben si sa, questo pensiero può creare dei veri disastri. Ho ricercato dentro di me un po’ di quel raro pragmatismo svizzero che ho ereditato da mia mamma e, mentalmente, ho pianificato nei minimi dettagli la realizzazione della parmigiana. Così, un giorno che siamo scesi a terra ferma per fare due passi (oimmena che mal di terra! mi girava la testa, non ero più abituata alla staticità dei pavimenti) ho acquistato gli ultimi ingredienti e la fiducia nella riuscita della mia impresa. Appena rientrati sulla barca mi sono raccolta in un momento di religioso silenzio meditativo per stabilire l’ora in cui avrei iniziato a sfoderare le mie abilità di cuoca. Ho calcolato che più meno avrei impiegato due ore, e sapevo che sarebbero stati minuti molto intensi in cui avrei dovuto mantenere la concentrazione a livelli alti. Con l’aiuto di Cat (e il sostegno psicologico di Dadì-il pescatore, fondamentale!) ho iniziato a sbucciare le melanzane (trucco imparato da una massaia pesarese, in effetti le melanzane cuociono parecchio prima e si riduce così quella fase atroce che è la friggitura). Per cuocere le melanzane questa volta ho adottato una tecnica leggermente diversa, l’ho letta su un libro di un grande cuoco che purtroppo non mi ricordo come si chiami. Ho utilizzato due padelle; nella prima facevo abbrustolire le melanzane senza olio (come su una piastra), nella seconda le passavo in un po’ d’olio, finchè non mi sembravano cotte. In questo modo, scrive lo chef misterioso, le melanzane assorbono meno olio risultando così più digeribili. Una volta tolte dal fuoco le ho disposte su un vassoio accuratamente ricoperto di carta assorbente, così che perdessero un po’ d’unto. Dopo averle cotte tutte in questo modo, mi sarei buttata per un’ora nel mare, ma ho stretto i denti e ho resistito alla tentazione di un bagno, visto che comunque mi sembrava di essere a buon punto.Poi ho tagliato le tre mozzarelle a fettine, e Cat ha grattato il parmigiano. La pomarola, per fortuna (oserei dire), era già pronta. E così è iniziata la fase di costruzione della nostra parmigiana; due teglie d’alluminio riempite di strati di melanzane alternati a sugo, mozzarella, parmigiano, pepe, sale, olio d’oliva. In poco tempo era pronta per andare nel forno ben caldo, e in quei venti minuti in cui vi è rimasta, mi sono tuffata nel mare quieto della sera. Che bellezza! Alle sette, più o meno, eravamo a tavola. Cat aveva cucinato un riso in bianco (che a mio modestissimo parere si accompagna splendidamente al sapore piccante e allo stesso tempo dolce di questo piatto) e un insalata di finocchi e mele (apprezzata da tutti noi, soprattutto dai bimbi). L’equipaggio ha apprezzato la mia creazione, tanto da spolverare tutto!!
Mentre i nostri stomaci erano intenti a esultare per l’arrivo di queste leccornie, noi ci siamo goduti il privilegio di essere lontano dai rumori degli aperitivi sul lungomare, e di essere sospesi in quella dimensione magica che la barca offre. L’essere confinati in uno spazio così ristretto potrebbe sembrare claustrofobico, e invece è piuttosto come stare in un abbraccio continuo, quello del mare.
La vacanza si è conclusa, e ora siamo tutti a casa, ognuno in una parte di mondo diversa. Mi porto nel cuore un minestrone di ricordi; l’emozione che si prova nel cucinare per delle persone a cui vuoi bene, il coraggio della piccola marinaia che si tuffava come un delfino, la frizzante vitalità del piccolo capitano e la sua forza nel vincere le proprie paure, la sicurezza del grande capitano Giannimarco e la sua voglia di giocare come un bambino, la determinazione di Laure e il suo umorismo da vera livornese, la premurosità di Cat e le sue mille passioni, la gioia di Dadì-il pescatore e il suo amore per il mare che gli brilla negli occhi. 
Il silenzio delle onde, le stelle che non avevo mai visto così belle. 

LA PARMIGIANA DEI MIEI SOGNI

Cari amici,                                                                                                                   

chi l’avrebbe mai detto che avrei cucinato una parmigiana in barca a vela nel mare dell’Isola d’Elba?! Così è stato. Tutto è nato da un invito colto al balzo (la mia specialità) di una banda di amici che avevano progettato di circumnavigare la buffa isola a forma di pesce, e visto che avanzava un lettino mi hanno proposto la cosa. Inutile dire che non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di una così speciale vacanza con degli amici storici che mi hanno visto crescere. Siamo partiti alla volta dell’Elba e la levataccia è stata ricompensata prestissimo quando abbiamo avvistato diversi delfini intenti a recuperare qualche pesciolino sfuggito alle strette maglie delle reti dei pescatori. Nel mentre cercavano di accaparrarsi la colazione, ci hanno regalato lo spettacolo della loro eleganza, ballerini del mare. L’Elba in lontananza, il vento nei capelli, il blu profondo quasi inquietante del mare, il dondolio della barca che ci cullava come una madre, le urla felici dei bambini, i sorrisi stampati sui nostri volti di adulti. Un’esperienza indimenticabile.

Oltre al mare, l’altro protagonista di questa vacanza è stato, tanto per cambiare, il cibo. Nella mia memoria letteraria i pasti in barca a vela (come quelli consumati dal povero Ulisse) erano ridotti a gallette di riso, carni essiccate, pecorini molto stagionati e il pesce pescato in navigazione. E invece mi sono dovuta ricredere..le barche a vela che solcano i mari e gli oceani del terzo millennio sono molto attrezzate e oltre ai gabinetti a pompa (occhio ai bagnanti..) sono dotate di funzionanti frigoriferi e cucine a gas. Così il menù è stato vario e ricco di mangiarini preparati amorevolmente dalla mamma-nonna Cat (gran cuoca e amante delle vittorie a scopa) e da Laure mamma-sorella birichina, nonchè mia compagna di squadra a scopone scientifico (naturalmente abbiamo sempre vinto sugli uomini dell’equipaggio..).                                                

Un pomeriggio che eravamo intenti a riorganizzare la cambusa, scorgendo quattro melanzane, due mozzarelle e una pomarola che andava consumata, ho esclamato: “potrei fare una parmigiana!”, sicura dentro di me che l’equipaggio avrebbe risposto: “noooooooooooooo! ma come fai a farla in barca a vela????”. Invece la risposta è stata affermativa. In questo clima di entusiasmo collettivo generato dalla prospettiva di gustare un così prelibato piatto, si andava formando in me un’ansia dovuta al pensiero della preparazione e dell’importanza che questa mia prestazione potesse avere. Era un po’ come restituire tutta la generosità, l’affetto e la disponibilità che queste persone avevano dimostrato nei miei confronti. Non potevo assolutamente sbagliare. E come ben si sa, questo pensiero può creare dei veri disastri. Ho ricercato dentro di me un po’ di quel raro pragmatismo svizzero che ho ereditato da mia mamma e, mentalmente, ho pianificato nei minimi dettagli la realizzazione della parmigiana. Così, un giorno che siamo scesi a terra ferma per fare due passi (oimmena che mal di terra! mi girava la testa, non ero più abituata alla staticità dei pavimenti) ho acquistato gli ultimi ingredienti e la fiducia nella riuscita della mia impresa. Appena rientrati sulla barca mi sono raccolta in un momento di religioso silenzio meditativo per stabilire l’ora in cui avrei iniziato a sfoderare le mie abilità di cuoca. Ho calcolato che più meno avrei impiegato due ore, e sapevo che sarebbero stati minuti molto intensi in cui avrei dovuto mantenere la concentrazione a livelli alti. Con l’aiuto di Cat (e il sostegno psicologico di Dadì-il pescatore, fondamentale!) ho iniziato a sbucciare le melanzane (trucco imparato da una massaia pesarese, in effetti le melanzane cuociono parecchio prima e si riduce così quella fase atroce che è la friggitura). Per cuocere le melanzane questa volta ho adottato una tecnica leggermente diversa, l’ho letta su un libro di un grande cuoco che purtroppo non mi ricordo come si chiami. Ho utilizzato due padelle; nella prima facevo abbrustolire le melanzane senza olio (come su una piastra), nella seconda le passavo in un po’ d’olio, finchè non mi sembravano cotte. In questo modo, scrive lo chef misterioso, le melanzane assorbono meno olio risultando così più digeribili. Una volta tolte dal fuoco le ho disposte su un vassoio accuratamente ricoperto di carta assorbente, così che perdessero un po’ d’unto. Dopo averle cotte tutte in questo modo, mi sarei buttata per un’ora nel mare, ma ho stretto i denti e ho resistito alla tentazione di un bagno, visto che comunque mi sembrava di essere a buon punto.Poi ho tagliato le tre mozzarelle a fettine, e Cat ha grattato il parmigiano. La pomarola, per fortuna (oserei dire), era già pronta. E così è iniziata la fase di costruzione della nostra parmigiana; due teglie d’alluminio riempite di strati di melanzane alternati a sugo, mozzarella, parmigiano, pepe, sale, olio d’oliva. In poco tempo era pronta per andare nel forno ben caldo, e in quei venti minuti in cui vi è rimasta, mi sono tuffata nel mare quieto della sera. Che bellezza! Alle sette, più o meno, eravamo a tavola. Cat aveva cucinato un riso in bianco (che a mio modestissimo parere si accompagna splendidamente al sapore piccante e allo stesso tempo dolce di questo piatto) e un insalata di finocchi e mele (apprezzata da tutti noi, soprattutto dai bimbi). L’equipaggio ha apprezzato la mia creazione, tanto da spolverare tutto!!

Mentre i nostri stomaci erano intenti a esultare per l’arrivo di queste leccornie, noi ci siamo goduti il privilegio di essere lontano dai rumori degli aperitivi sul lungomare, e di essere sospesi in quella dimensione magica che la barca offre. L’essere confinati in uno spazio così ristretto potrebbe sembrare claustrofobico, e invece è piuttosto come stare in un abbraccio continuo, quello del mare.

La vacanza si è conclusa, e ora siamo tutti a casa, ognuno in una parte di mondo diversa. Mi porto nel cuore un minestrone di ricordi; l’emozione che si prova nel cucinare per delle persone a cui vuoi bene, il coraggio della piccola marinaia che si tuffava come un delfino, la frizzante vitalità del piccolo capitano e la sua forza nel vincere le proprie paure, la sicurezza del grande capitano Giannimarco e la sua voglia di giocare come un bambino, la determinazione di Laure e il suo umorismo da vera livornese, la premurosità di Cat e le sue mille passioni, la gioia di Dadì-il pescatore e il suo amore per il mare che gli brilla negli occhi.

Il silenzio delle onde, le stelle che non avevo mai visto così belle. 

Insalata col sedano rapa

                                               

INSALATA COL SEDANO RAPA 

Buonasera a tutti,oggi vi propongo una curiosa insalata che porta con se i sapori del nord Europa.L’ho conosciuta grazie a mia madre svizzera. Questo piatto è entrato a far parte delle nostre vigilie di Natale; infatti la tradizione elvetica vuole che per il 24 Dicembre si mangino milioni di tartine ognuna fatta in modo diverso, l’importante è che ci sia uno strato di burro alto almeno due centimetri sotto i vari condimenti! Uno di questi è con il sedano rapa, arricchito dal dolce asprognolo della mela e dal gusto croccante delle noci autunnali.
Ingredienti:

  • un sedano rapa,
  • un barattolo di yogurt,
  • noci a volontà,
  • mele,
  • maionese,
  • sale.

Sbucciate il sedano rapa, fatelo a pezzi e tritatelo con un frullatutto (o altrimenti servitevi della grattugia ma è un lavoro abbastanza lungo). Sbucciate le mele e fatele a pezzetti piccoli. Sgusciate le noci e lasciatene alcune a metà, le altre rompetele così da frammentarle.Adesso prendete una ciotola e mescolate tutti questi ingredienti, aggiungendo lo yogurt, il sale e un po’ di maionese.Decorate con le noci che avevate lasciato a metà. Servite!!!

Buon Appetito!

RICETTA PER TUTTE LE DOMENICHE DELL’ANNO
Cari amici buongustai,
 questa ricetta è rivolta a chi ama festeggiare la domenica non solo in quanto giorno del Signore, ma soprattutto come momento di festa familiare. Se volete avventurarvi nella preparazione di questo pane svizzero sappiate che ingerirete una consistente dose di burro. Siete pronti?!
ZOPF (dal tedesco treccia):
1kg di farinaun pizzico di sale,
mezzo litro di latte,
125 g di burro,
un cubetto da 25 g di lievito,
un cucchiaio di zucchero,
un tuorlo d’uovo. 
Prendete una grande ciotola dove rovescerete la farina insieme al pizzico di sale, contemporaneamente sciogliete il lievito in una scodella. Per scioglierlo basta spezzettarlo con un cucchiaio e mescolarlo allo zucchero, avverrà una miracolosa reazione chimica che trasformerà il cubetto in un liquido marroncino molto profumato, aggiungetelo, quindi, alla farina, mescolando il tutto. Versate il latte in un pentolino e mettetelo a scaldarlo a fuoco lento aggiungendo il burro. Una volta che il burro si è sciolto, spegnete il fuoco e lasciate che il latte si freddi un pochino. Quando lo mescolerete al resto deve essere tiepido altrimenti uccide il lievito e il vostro zopf non si gonfierà a dovere! A questo punto dovrete impastare, impastare e ancora impastare. Più impasterete e più il vostro zopf risulterà soffice. Per verificare che abbiate fatto un buon lavoro, prendete l’impasto e tagliatelo a metà con un coltello, nel mezzo ci dovranno essere delle bollicine, segno che la lievitazione è partita. Se tutto va bene coprite la ciotola contenente l’impasto con un panno bagnato con acqua calda, e lasciatelo vicino al termosifone (se è inverno) per un paio d’ore a lievitare, altrimenti continuate a impastare con forza. A proposito di forza, la tradizione svizzera vuole che in questa fase si prenda la palla di pane e la si lanci sul tavolo (non so per quale misteriosa ragione). Mio fratello ha eseguito questa operazione con un po’ troppo vigore, rompendo il nostro tavolo di marmo..quindi dosate l’energia, che può essere pericolosa!!! La fase successiva è la più complessa; si tratta di fare una treccia a quattro braccia, la lascio alla vostra immaginazione perché è praticamente impossibile da spiegare. Intanto dovete dividere l’impasto lievitato in due parti (o tre) se decidete di fare una treccia. Se invece volete divertirvi a fare dei simpatici omini di pane, che tradizionalmente vengono fatti per il 6 Dicembre, la festa di San Nicola, dividete l’impasto da 1 Kg in almeno otto parti. Occhi e nasi, bottoni e cinture potrete realizzarli con uvetta e mandorle!!!! Quando sarete soddisfatti delle vostre opere d’arte spennellatele tutte con il tuorlo d’uovo e infornate: se avete fatto la pseudo treccia, cuocetela per circa un’ora a temperatura tra i 180° e i 200°C, se invece avete fatto gli omini, va bene la stessa temperatura ma per non più di mezz’ora di tempo! 
Buon divertimento e a presto!
Cristina
Ps dimenticavo… il pane viene mangiato alla colazione della domenica con burro e marmellate o miele!

RICETTA PER TUTTE LE DOMENICHE DELL’ANNO

Cari amici buongustai,

 questa ricetta è rivolta a chi ama festeggiare la domenica non solo in quanto giorno del Signore, ma soprattutto come momento di festa familiare. Se volete avventurarvi nella preparazione di questo pane svizzero sappiate che ingerirete una consistente dose di burro. Siete pronti?!


ZOPF (dal tedesco treccia):

  • 1kg di farinaun pizzico di sale,
  • mezzo litro di latte,
  • 125 g di burro,
  • un cubetto da 25 g di lievito,
  • un cucchiaio di zucchero,
  • un tuorlo d’uovo. 

Prendete una grande ciotola dove rovescerete la farina insieme al pizzico di sale, contemporaneamente sciogliete il lievito in una scodella. Per scioglierlo basta spezzettarlo con un cucchiaio e mescolarlo allo zucchero, avverrà una miracolosa reazione chimica che trasformerà il cubetto in un liquido marroncino molto profumato, aggiungetelo, quindi, alla farina, mescolando il tutto. Versate il latte in un pentolino e mettetelo a scaldarlo a fuoco lento aggiungendo il burro. Una volta che il burro si è sciolto, spegnete il fuoco e lasciate che il latte si freddi un pochino. Quando lo mescolerete al resto deve essere tiepido altrimenti uccide il lievito e il vostro zopf non si gonfierà a dovere! A questo punto dovrete impastare, impastare e ancora impastare. Più impasterete e più il vostro zopf risulterà soffice. Per verificare che abbiate fatto un buon lavoro, prendete l’impasto e tagliatelo a metà con un coltello, nel mezzo ci dovranno essere delle bollicine, segno che la lievitazione è partita. Se tutto va bene coprite la ciotola contenente l’impasto con un panno bagnato con acqua calda, e lasciatelo vicino al termosifone (se è inverno) per un paio d’ore a lievitare, altrimenti continuate a impastare con forza. A proposito di forza, la tradizione svizzera vuole che in questa fase si prenda la palla di pane e la si lanci sul tavolo (non so per quale misteriosa ragione). Mio fratello ha eseguito questa operazione con un po’ troppo vigore, rompendo il nostro tavolo di marmo..quindi dosate l’energia, che può essere pericolosa!!! La fase successiva è la più complessa; si tratta di fare una treccia a quattro braccia, la lascio alla vostra immaginazione perché è praticamente impossibile da spiegare. Intanto dovete dividere l’impasto lievitato in due parti (o tre) se decidete di fare una treccia. Se invece volete divertirvi a fare dei simpatici omini di pane, che tradizionalmente vengono fatti per il 6 Dicembre, la festa di San Nicola, dividete l’impasto da 1 Kg in almeno otto parti. Occhi e nasi, bottoni e cinture potrete realizzarli con uvetta e mandorle!!!! Quando sarete soddisfatti delle vostre opere d’arte spennellatele tutte con il tuorlo d’uovo e infornate: se avete fatto la pseudo treccia, cuocetela per circa un’ora a temperatura tra i 180° e i 200°C, se invece avete fatto gli omini, va bene la stessa temperatura ma per non più di mezz’ora di tempo! 

Buon divertimento e a presto!

Cristina

Ps dimenticavo… il pane viene mangiato alla colazione della domenica con burro e marmellate o miele!

La torta al cioccolato di Fefì

Cari amici,
in questo pomeriggio primaverile mi sono cimentata in una delle ricette che è stata la mia cavalla di battaglia per molti anni: la torta al cioccolato. Quando si parla di torte è scontato che in verità si parli di lei, la regina delle torte, la perla nera della pasticceria mondiale.
E’ dolce, seducente, appagante, sincera, sorprendente e molto altro. Me ne sono innamorata al primo assaggio… 

La ricetta originale è della Nonna Frieda, quella che vi propongo è riadattata alla maniera “porcata con stile” (della cui corrente sono una fervente sostenitrice).

Procedimento:
In un’ampia ciotola (una ciotolona per intendersi) mescolate 3 uova, 200 g di zucchero e 100 g di burro che avrete sciolto a bagno maria.
Poi aggiungete 3 cucchiai di cacao amaro, 100 g di mandorle o nocciole tritate e 250 g di farina a cui avrete aggiunto separatamente una bustina di lievito per dolci. Mescolate bene, e quando l’impasto vi sembra omogeneo versate a poco a poco una tazza di latte freddo. 

Qui si concluderebbe la versione “casta” della ricetta.. Per chi volesse calarsi nel difficilissimo ruolo del tentatore, ecco la seconda parte. 

All’impasto aggiungete anche una tavoletta di cioccolato fondente fatto a pezzetti e 6/7 noci private del loro guscio e sminuzzate.
Per chi invece volesse tenersi leggero penso si possa sostituire il burro con l’olio e il latte con lo yogurth, ma come disse mia zia romana decrepita: ”Il buro è il buro!”.

Infornate infine per un’ora a 175°. 

Stasera la dolce morettina ed io attraverseremo la città per andare a trovare Fefì. Fefì mi ha aperto molte volte la porta, quando ancora suonavo i campanelli con titubanza, e mi arrampicavo incerta nelle sue buie scale (in tutti questi anni non ho mai capito dove si nascondesse l’interruttore) per poi giungere alla luce, quella del sole, e la sua che sprizzava incessantemente. Arrivavo spesso sudata; la strada con le salite che ci separava ero solita percorrerla a cavallo della bici, fischiettando quando non pioveva. Imprecando quando diluviava. 
Svelta mi cambiavo, perchè per stare con Fefì volevo essere apposto. Lei sapeva e capiva. Vedeva e diceva. Riusciva a ricomporre svelta un puzzle di mille pezzi, ne trovava il senso.
Qualche volta dalla sua bocca uscivano parole un po’ scomode- “Certo che ogni tanto voi bilance la quarta potreste ingranarla, eh!” - ma sincere e avvolte di un amore che difficilmente potrò scordare.
Fefì è un sagittario. Di quelli che se arrivi nel giorno giusto ti prendono per mano e ti portano nei loro viaggi impossibili, rendendoli reali, vedono cose della tua vita che mai avresti potuto pensare. A volte sconvolgono.

Fefì e il turbinio dei suoi riccioli neri. Fefì che ama la musica e la libertà.
Fefì dal cuore grande, materno. Fefì che aiuta le persone a imparare a volare, e restituisce loro le ali che chissà dove si erano ingarbugliate.

Mille volte ho risalito il fiume per andare a trovarla. Prima sola, poi con il panchetto, la palla, la viola, i libri. Fefì ci prendeva tutti. E stasera mi prenderà anche con la cioccolatosa torta cucinata per lei..





UN PESTO SPECIALE
Cari amici amanti della cucina,
approfitto di una buona connessione internet per aggiornare questo ricettario telematico. A proposito dei libri di cucina: sono mondi fantastici, io conservo gelosamente quelli che mi ha regalato mia nonna Frieda, amo sfogliarli e cogliere sulle pagine ingiallite qualche macchia di farina, gocce di cioccolato, ditate imburrate, e poter, alla fine, acchiappare l’odore delle delizie che stava sfornando.Non vorrei avervi illuso, non è una ricetta di biscotti quella di oggi! (arriverà arriverà..) ma piuttosto un ottimo piatto veloce da preparare e molto saporito. Un ottimo pesto invernale!PASTA COL PESTO DI CAVOLO NERO
500 g di pasta di farro o integrale (o bianca),
 un mazzo di cavolo nero,
1 spicchio d’aglio,
parmigiano a volontà,
100g di mandorle o pinoli,
olio nuovo
pepe e peroncino.
Lessate il cavolo nero in una pentola con abbondante acqua (che riutilizzerete per cuocere la pasta che così sarà ancora più saporita). Levatelo dalla pentola, non appena cotto e lasciatelo un po’ scolare in uno scolapasta. A questo punto saltatelo in padella con un filo d’olio, sale e pepe. Quando si sarà un po’ più insaporito, toglietelo dalla padella e mettetelo in un frullatore con uno spicchio di aglio crudo (sempre che vi piaccia..), le mandorle o i pinoli, un pizzico di peperoncino, il parmigiano eun po’ d’olio nuovo. Se non riuscite a frullarlo bene aggiungete un cucchiaio dell’acqua in cui l’avevate cotto. Assaggiate!! Sentite se è giusto di sale, pepe,parmigiano, altrimenti aggiungetene ancora. Cuocete la pasta, e servite in una bella ciotola di ceramica mescolando il pesto alla pasta, spolverate con un po’ di parmigiano grattugiato e aggiungete qualche pinolo per decorare. 
Varianti per i più golosi: potete aggiungere al pesto anche qualche salsiccia fatta a pezzi, in questo caso evitate di mettere i pinoli e le mandorle!Buon Appetito!

UN PESTO SPECIALE

Cari amici amanti della cucina,

approfitto di una buona connessione internet per aggiornare questo ricettario telematico. A proposito dei libri di cucina: sono mondi fantastici, io conservo gelosamente quelli che mi ha regalato mia nonna Frieda, amo sfogliarli e cogliere sulle pagine ingiallite qualche macchia di farina, gocce di cioccolato, ditate imburrate, e poter, alla fine, acchiappare l’odore delle delizie che stava sfornando.
Non vorrei avervi illuso, non è una ricetta di biscotti quella di oggi! (arriverà arriverà..) ma piuttosto un ottimo piatto veloce da preparare e molto saporito. Un ottimo pesto invernale!

PASTA COL PESTO DI CAVOLO NERO

  • 500 g di pasta di farro o integrale (o bianca),
  •  un mazzo di cavolo nero,
  • 1 spicchio d’aglio,
  • parmigiano a volontà,
  • 100g di mandorle o pinoli,
  • olio nuovo
  • pepe e peroncino.



Lessate il cavolo nero in una pentola con abbondante acqua (che riutilizzerete per cuocere la pasta che così sarà ancora più saporita). Levatelo dalla pentola, non appena cotto e lasciatelo un po’ scolare in uno scolapasta. A questo punto saltatelo in padella con un filo d’olio, sale e pepe. Quando si sarà un po’ più insaporito, toglietelo dalla padella e mettetelo in un frullatore con uno spicchio di aglio crudo (sempre che vi piaccia..), le mandorle o i pinoli, un pizzico di peperoncino, il parmigiano eun po’ d’olio nuovo. Se non riuscite a frullarlo bene aggiungete un cucchiaio dell’acqua in cui l’avevate cotto. Assaggiate!! Sentite se è giusto di sale, pepe,parmigiano, altrimenti aggiungetene ancora. Cuocete la pasta, e servite in una bella ciotola di ceramica mescolando il pesto alla pasta, spolverate con un po’ di parmigiano grattugiato e aggiungete qualche pinolo per decorare. 

Varianti per i più golosi: potete aggiungere al pesto anche qualche salsiccia fatta a pezzi, in questo caso evitate di mettere i pinoli e le mandorle!
Buon Appetito!

Torta di porri

Oggi vi racconterò di un piatto veloce da cucinare, ma bello da presentare: si tratta di una magnifica torta salata! La potete fare con più o meno tutto quello che avete nel frigo o in casa; vi riporto prima la mia versione preferita e poi tutte le possibili varianti.

TORTA DI PORRI
Ingredienti:

  • 200g di farina metà semintegrale e metà di farro,
  • 1 cucchiaio di olio di oliva,
  • 1 cucchiaio di semi di sesamo,
  • un pizzico di origano,
  • 4 porri lavati e tagliati a rondelline,
  • 1 uovo,
  • 3 cucchiai di yogurt bianco,
  • sale e pepe qb,
  • un pizzico di curcuma,
  • parmigiano.                                                                                                                   

Preparate l’impasto per la sfoglia impastando la farina (io di solito uso quella di farro, molto buona e saporita) con un po’ di sale, acqua tiepida, olio, semi di sesamo e origano (se volete potete aggiungere anche un pizzico di peperoncino che stupirà i vostri ospiti!). Lasciatela riposare per mezzoretta. Nel frattempo soffriggete i porri con un po’ d’olio e un po’ di salsa di soia (li donerà un’aroma rarissimo), salateli (non troppo se usate la salsa di soia-che sala abbastanza da sola). Lasciateli appassire, coprendo la padella con un coperchio, così cuoceranno più velocemente. Quando saranno cotti versateli in una ciotola e mescolateli con lo yogurt, l’uovo sbattuto, il parmigiano grattato, sale, pepe e la curcuma che donerà alla vostra torta un colore particolare…provare per credere! Adesso potete stendere la pasta; a seconda della teglia di cui disponete sbizzaritevi con le forme! Una volta stesa la pasta, bucherellatela con una forchetta (dimenticavo! ungete la teglia con un po’ d’olio), e distribuite uniformemente i porri che avevate mescolato a tutto il resto. Spolverate con un po’ di parmigiano e infornate per 45 minuti a 180°C.
Ecco le possibili varianti! Per coloro che non vogliono usare formaggi, consiglio di usare i semi di girasole, sono ottimi e molto gustosi (quasi come il parmigiano). Per coloro che amano di più le cipolle piuttosto che i porri: utilizzate lo stesso procedimento ma sostituendo ai porri le cipolle e qualche patata a pezzi. Per coloro che amano di più gli spinaci: fate tutto nello stesso modo ma utilizzate gli spinaci lessati al posto dei porri e la ricotta al posto dello yogurt.
Buon appetito!

Le uova di pasqua svizzere… leggete il post per scoprire come farle!!!

Le uova di pasqua svizzere… leggete il post per scoprire come farle!!!

I CARCIOFI DI CE’
Ogni viaggio è accompagnato da una valigia. C’è chi sceglie di riempirla con vestiti di ogni sorta, scarpe e orecchini, c’è chi la imbottisce di libri e cd, c’è chi la farcisce di cibo e di pentole. Io mi colloco nella terza categoria. Del resto saper essere degli ospiti desiderati è un’arte a tutti gli effetti. E così sono partita alla volta dell’ Irlanda, terra abitata da i miei cari Teo e Tomi che nel frattempo si sono moltiplicati. A febbraio è arrivata la piccola Emi, fagottino di bellezza e serenità (apparte quando impreca affamata-ma è bella lo stesso). Essendo la ragione del viaggio il passare insieme le vacanze di Pasqua, Ce’ - il nonno di Emi- mi ha incaricato di recapitare sani e salvi ben quattordici carciofi (già lavati e privati delle foglie più esterne) e i loro gambetti dal sapore intenso. Non c’era nessun rischio che io li divorassi all’aeroporto, ma il bagaglio (imbarcato nella stiva a causa della presenza di olio extravergine di oliva e di una contundente padella in ceramica) si sarebbe potuto perdere in quel mondo delle valigie mai consegnate. Che brutta fine sarebbe stata per il gregge di carciofi di Ce’ !
I carciofi e la Pasqua: da quando è nato Ce’ pare sia un binomio inscindibile. E probabilmente lo era anche quando era nata la sua mamma e la nonna della sua nonna e la nonna della sua trisnonna. Insomma: un sacco di tempo. E soprattutto la Pasqua e i carciofi cucinati da Ce’: non è mai esistita Pasqua migliore.
Capirete ora di quale responsabilità io sia stata investita nell’attraversare l’Europa munita di tutti gli ingredienti necessari a preparare i suddetti ortaggi. Il bagaglio per fortuna, è arrivato indenne. Nessuno ha tentato di rubarmi l’armata di “Cynara cardunculus” che in questa umida parte di mondo pare sia merce rara.  I carciofi sono i fiori del sole. E infatti crescono in Italia.
Poche ore dopo aver varcato la soglia di casa di Teo, Tomi e della piccola Emi, mi sono accinta a spacchettare i doni portati con tanta attenzione. Sono stati accolti con un boato di gioia e con un sorrisino di Emi che sta sperimentando le infinite possibilità di espressione che ha il volto umano.
Dopo i convenevoli “Come stai?”, “Cosa fai?”, “Come è andato il viaggio?”, “Vuoi un thè?” (in Irlanda assumono quantità inquietanti di teina..) sono passata all’azione. I miei protetti carciofi non potevano attendere troppo prima di essere cucinati. E così ho predisposto tutto il necessario:
- loro i quattordici c. (potete contarli nella foto);
- un ciuffo di prezzemolo (che penso fosse sedano o qualcosa di simile, ma l’unica cosa adatta che fosse in frigorifero);
- un numerosa famiglia di agli; 
- olio extravergine di oliva a volontà;
- sale qb.

Dopo aver pulito gli agli (che avrete l’accortezza di non sminuzzare, per permettere agli schizzinosi di scansarli adeguatamente), ho proseguito con il preparare un battutino di quel curioso prezzemolo-sedanato. Viste le origini nipponiche di Tomi, e il loro culto per le affilate lame, in questa casa non mancano efficientissimi coltelli, e i battuti vengono che è una meraviglia! 

A questo punto è arrivato di il momento di immergere la famiglia di agli in una bella piscina d’olio..e così ho fatto, provvedendo al accensione del fornello (fondamentale!). Mi sono scordata di scrivere che Ce’ i suoi carciofi l’ha sempre cucinati con la pentola a pressione, e in questa versione che vi riporto ho utilizzato la suddetta pignatta. 


Una volta avvertito nell’aria il profumo dell’aglio ho aggiunto il prezzemolo-sedanato e ho lasciato soffriggere per qualche minuto.
Ecco che arriva il momento più artistico della ricetta: ho preso uno ad uno i carciofi e li ho tuffati a testa in giù nel soffritto, preoccupandomi di incastrare i gambetti verticalmente tra un carciofo e l’altro. Quest’ operazione è molto importante perché permette ai carciofi di catturare il sapore dell’aglio e del prezzemolo. Ecco una foto per capire la disposizione. 

Ho lasciato che i “fiori del sole” iniziassero una prima cottura nell’olio, e dopo qualche minuto ho aggiunto un bicchiere d’acqua giusto per evitare che bruciasse l’aglio (l’incubo di tutti i cuochi). Poi ho aggiunto altri due-tre bicchieri d’acqua e il sale prima di chiudere la pentola a pressione.

A questo punto non mi è restato altro da fare che attendere quei trenta minuti di cottura necessari perché il piatto risultasse perfetto alla maniera di Ce’ . E in questo tempo mi sono dedicata a contemplare la bellezza della piccola dormigliona Emi.
Una volta suonato il timer, insieme a Tomi abbiamo segretamente assaggiato un carciofo… erano squisiti! Il nonno Ce’ avrebbe esclamato: “Bel colpo! Brave!” 
Li abbiamo, poi, disposti in una “doggy box” perché la destinazione ultima dei carciofi (prima dello stomaco, s’intende) è stata un picnic nel giorno di Pasqua!!

E così è passata anche questa Pasqua, lontano dalla mia casa di origine, ma con le tradizioni più care nel cuore e nello stomaco..
La mia Pasqua va a braccetto anche con le uova dipinte, con il pane svizzero, con un tubetto di maionese, e con un bel salamino!
A presto!

I CARCIOFI DI CE’

Ogni viaggio è accompagnato da una valigia. C’è chi sceglie di riempirla con vestiti di ogni sorta, scarpe e orecchini, c’è chi la imbottisce di libri e cd, c’è chi la farcisce di cibo e di pentole. Io mi colloco nella terza categoria. Del resto saper essere degli ospiti desiderati è un’arte a tutti gli effetti. E così sono partita alla volta dell’ Irlanda, terra abitata da i miei cari Teo e Tomi che nel frattempo si sono moltiplicati. A febbraio è arrivata la piccola Emi, fagottino di bellezza e serenità (apparte quando impreca affamata-ma è bella lo stesso). Essendo la ragione del viaggio il passare insieme le vacanze di Pasqua, Ce’ - il nonno di Emi- mi ha incaricato di recapitare sani e salvi ben quattordici carciofi (già lavati e privati delle foglie più esterne) e i loro gambetti dal sapore intenso. Non c’era nessun rischio che io li divorassi all’aeroporto, ma il bagaglio (imbarcato nella stiva a causa della presenza di olio extravergine di oliva e di una contundente padella in ceramica) si sarebbe potuto perdere in quel mondo delle valigie mai consegnate. Che brutta fine sarebbe stata per il gregge di carciofi di Ce’ !

I carciofi e la Pasqua: da quando è nato Ce’ pare sia un binomio inscindibile. E probabilmente lo era anche quando era nata la sua mamma e la nonna della sua nonna e la nonna della sua trisnonna. Insomma: un sacco di tempo. E soprattutto la Pasqua e i carciofi cucinati da Ce’: non è mai esistita Pasqua migliore.

Capirete ora di quale responsabilità io sia stata investita nell’attraversare l’Europa munita di tutti gli ingredienti necessari a preparare i suddetti ortaggi. Il bagaglio per fortuna, è arrivato indenne. Nessuno ha tentato di rubarmi l’armata di “Cynara cardunculus” che in questa umida parte di mondo pare sia merce rara.  I carciofi sono i fiori del sole. E infatti crescono in Italia.

Poche ore dopo aver varcato la soglia di casa di Teo, Tomi e della piccola Emi, mi sono accinta a spacchettare i doni portati con tanta attenzione. Sono stati accolti con un boato di gioia e con un sorrisino di Emi che sta sperimentando le infinite possibilità di espressione che ha il volto umano.

Dopo i convenevoli “Come stai?”, “Cosa fai?”, “Come è andato il viaggio?”, “Vuoi un thè?” (in Irlanda assumono quantità inquietanti di teina..) sono passata all’azione. I miei protetti carciofi non potevano attendere troppo prima di essere cucinati. E così ho predisposto tutto il necessario:

- loro i quattordici c. (potete contarli nella foto);

- un ciuffo di prezzemolo (che penso fosse sedano o qualcosa di simile, ma l’unica cosa adatta che fosse in frigorifero);

- un numerosa famiglia di agli; 

- olio extravergine di oliva a volontà;

- sale qb.

Dopo aver pulito gli agli (che avrete l’accortezza di non sminuzzare, per permettere agli schizzinosi di scansarli adeguatamente), ho proseguito con il preparare un battutino di quel curioso prezzemolo-sedanato. Viste le origini nipponiche di Tomi, e il loro culto per le affilate lame, in questa casa non mancano efficientissimi coltelli, e i battuti vengono che è una meraviglia! 

A questo punto è arrivato di il momento di immergere la famiglia di agli in una bella piscina d’olio..e così ho fatto, provvedendo al accensione del fornello (fondamentale!). Mi sono scordata di scrivere che Ce’ i suoi carciofi l’ha sempre cucinati con la pentola a pressione, e in questa versione che vi riporto ho utilizzato la suddetta pignatta. 

Una volta avvertito nell’aria il profumo dell’aglio ho aggiunto il prezzemolo-sedanato e ho lasciato soffriggere per qualche minuto.

Ecco che arriva il momento più artistico della ricetta: ho preso uno ad uno i carciofi e li ho tuffati a testa in giù nel soffritto, preoccupandomi di incastrare i gambetti verticalmente tra un carciofo e l’altro. Quest’ operazione è molto importante perché permette ai carciofi di catturare il sapore dell’aglio e del prezzemolo. Ecco una foto per capire la disposizione. 

Ho lasciato che i “fiori del sole” iniziassero una prima cottura nell’olio, e dopo qualche minuto ho aggiunto un bicchiere d’acqua giusto per evitare che bruciasse l’aglio (l’incubo di tutti i cuochi). Poi ho aggiunto altri due-tre bicchieri d’acqua e il sale prima di chiudere la pentola a pressione.

A questo punto non mi è restato altro da fare che attendere quei trenta minuti di cottura necessari perché il piatto risultasse perfetto alla maniera di Ce’ . E in questo tempo mi sono dedicata a contemplare la bellezza della piccola dormigliona Emi.

Una volta suonato il timer, insieme a Tomi abbiamo segretamente assaggiato un carciofo… erano squisiti! Il nonno Ce’ avrebbe esclamato: “Bel colpo! Brave!” 

Li abbiamo, poi, disposti in una “doggy box” perché la destinazione ultima dei carciofi (prima dello stomaco, s’intende) è stata un picnic nel giorno di Pasqua!!

E così è passata anche questa Pasqua, lontano dalla mia casa di origine, ma con le tradizioni più care nel cuore e nello stomaco..

La mia Pasqua va a braccetto anche con le uova dipinte, con il pane svizzero, con un tubetto di maionese, e con un bel salamino!

A presto!

Ecco un bel pezzo per animare le vostre giornate invernali.. lei e’ bravissima, e modestamente, e’ una mia amica, e abbiamo addirittura suonato insieme :-)!

Ecco il suo canale youtube per chi volesse ascoltare altri brani!

Un abbraccio a tutti i mangioni del web!


Cari amici,
l’Autunno pare essersi scordato di noi, e tarda nel sorprenderci con le sue foglie calde e i suoi pomeriggi umidi. Noi, però, non ci siamo scordati di quanto sia bella questa stagione malinconica, e proprio per tentare di esortarla a non essere timida scrivo questa ricetta. Leggetela come una danza della pioggia, come un inno all’arancione e al vento freddo (che soffia mentre noi siamo al calduccio delle nostre case riscaldate) che porta via con sè le cose vecchie accumulate in tutto l’anno.
LA TORTA DI CAROTE SVIZZERA (Rueblitorte)
Questa ricetta appartiene al ricettario transalpino della nonna Frieda (anche chiamata “Grosi”-diminutivo di GrossMutter- dal resto dei miei cugini). Mia mamma ama prepararla in qualsiasi stagione dell’anno vista la facile reperibilità delle carote che sono l’ingrediente principale. Da piccola avrei voluto che invece delle carote fosse a base di licheni dell’Alaska così da impedire che venisse cucinata così spesso. Ebbene sì, non l’amavo affatto. 
Il tempo (per fortuna?) ci insegna a riconsiderare le nostre posizioni così fermamente acquisite nel passato, e così ho fatto pure io, scoprendo poi che questo dolce poteva anche soddisfare il mio palato voglioso di cioccolata e non solo ricordarmi una dolciastra frittata di carote (le uova sono le altre protagoniste indiscusse). E così ho iniziato ad apprezzare la croccantezza delle mandorle tritate, il pungente sapore dei chiodi di garofano, quello più soave e esotico della canella, e infine le tanto temute carote che danno un tocco di freschezza.
Una torta adattissima a questa stagione. Ve la consiglio accompagnata da una calda tisana e servita con un velo di yogurth bianco.
Per prepararla: 
5 uova (da dividere tra chiare e rossi)250 g di carote grattugiate250 g di mandorle tritate200 g di zucchero di canna (noi usiamo questo ma va bene anche quello bianco)70 g di farina1 limone buccia grattugiata e succoSpezie: 1/4 di un cucchiaino di cannella, un pizzico si polvere di chiodo di garofano.Mescolate i rossi delle uova con tutti gli altri ingredienti,alla fine aggiungete le chiare montate ben bene e versate in una teglia imburrata.
Infornate nel forno freddo e cuocete per un’ora a 180°.
                                                     









L’ultima volta che l’ho cucinata è stato per il compleanno del mio babbo. Mentre noi eravamo in cucina a mangiarla e a chiaccherare, il dolce Matisse si godeva in solitudine la pace della terrazza.

Cari amici,

l’Autunno pare essersi scordato di noi, e tarda nel sorprenderci con le sue foglie calde e i suoi pomeriggi umidi. Noi, però, non ci siamo scordati di quanto sia bella questa stagione malinconica, e proprio per tentare di esortarla a non essere timida scrivo questa ricetta. Leggetela come una danza della pioggia, come un inno all’arancione e al vento freddo (che soffia mentre noi siamo al calduccio delle nostre case riscaldate) che porta via con sè le cose vecchie accumulate in tutto l’anno.

LA TORTA DI CAROTE SVIZZERA (Rueblitorte)

Questa ricetta appartiene al ricettario transalpino della nonna Frieda (anche chiamata “Grosi”-diminutivo di GrossMutter- dal resto dei miei cugini). Mia mamma ama prepararla in qualsiasi stagione dell’anno vista la facile reperibilità delle carote che sono l’ingrediente principale. Da piccola avrei voluto che invece delle carote fosse a base di licheni dell’Alaska così da impedire che venisse cucinata così spesso. Ebbene sì, non l’amavo affatto. 

Il tempo (per fortuna?) ci insegna a riconsiderare le nostre posizioni così fermamente acquisite nel passato, e così ho fatto pure io, scoprendo poi che questo dolce poteva anche soddisfare il mio palato voglioso di cioccolata e non solo ricordarmi una dolciastra frittata di carote (le uova sono le altre protagoniste indiscusse). E così ho iniziato ad apprezzare la croccantezza delle mandorle tritate, il pungente sapore dei chiodi di garofano, quello più soave e esotico della canella, e infine le tanto temute carote che danno un tocco di freschezza.

Una torta adattissima a questa stagione. Ve la consiglio accompagnata da una calda tisana e servita con un velo di yogurth bianco.

Per prepararla: 

5 uova (da dividere tra chiare e rossi)
250 g di carote grattugiate
250 g di mandorle tritate
200 g di zucchero di canna (noi usiamo questo ma va bene anche quello bianco)
70 g di farina
1 limone buccia grattugiata e succo
Spezie: 1/4 di un cucchiaino di cannella, un pizzico si polvere di chiodo di garofano.
Mescolate i rossi delle uova con tutti gli altri ingredienti,
alla fine aggiungete le chiare montate ben bene e versate in una teglia imburrata.

Infornate nel forno freddo e cuocete per un’ora a 180°.

                                                     

L’ultima volta che l’ho cucinata è stato per il compleanno del mio babbo. Mentre noi eravamo in cucina a mangiarla e a chiaccherare, il dolce Matisse si godeva in solitudine la pace della terrazza.

Tagliatelle e ravioli irlandesi

Cari amici,

ecco finalmente giunto il momento di raccontarvi una ricetta che mi ha accompagnata dall’altra parte dell’europa per portare un po’ di sapori di casa nel cottage irlandese dove vivono mio fratello e sua moglie giapponese.

Siamo stati a trovarli nell’occasione del loro matrimonio, è stata una cerimonia molto semplice ma essenziale dove abbiamo avuto il piacere di conoscere la famiglia giapponese di Tomi, mia cognata. E’ stato un incontro molto toccante, due famiglie lontane che si sono abbracciate intorno all’amore di due giovani (mattacchioni! aggiungo tra parentesi e con un sorriso sul volto).

Nei giorni in cui ci siamo trattenuti in Irlanda ognuno di noi ha sfoderato le sue carte migliori per quanto riguarda la cucina; Tomi ha preparato un sushi delizioso (ho scoperto che sushi in giapponese vuol dire riso condito con molte cose e con del pesce) con pesce irlandese affumicato, pezzetti di avocado, funghetti (non allucinogeni), uovo affrittellato (come quello che trovate nel riso alla cantonese), piselli e tanti altri ingredienti. Un piatto saporitissimo e colorato. Teo (mio fratello) ha cucinato con Rose (mia sorella) un salmone al forno accompagnato da una salsa fatta di besciamella e bacche di ginepro, il tutto servito insieme a un riso selvatico..stupendo! (quanto mi mancano le invenzioni culinarie di Teo..)

E’ così giunto il mio turno..e ho proposto un piatto semplice, ma allo stesso tempo molto gratificante per il palato: la pasta fatta in casa. 

Abbiamo acquistato tutti gli ingredienti per la pasta (farina e uova) e per il sugo (un ragù finto fatto con soffritto di carote, sedano, cipolla e salsa di pomodoro) e ci siamo messi all’opera. Io ho, per così dire, diretto i lavori, come in una vera cucina di un ristorante rinomato. Sono stata chef per un giorno!

Sul tavolo di legno ho disposto più o meno 600 g di farina e ho aggiunto 5/6 uova (non mi ricordo esattamente, l’importante è che la pasta diventi elastica e che non facciate uso di acqua per impastare ma solo di uova) nel centro della fontana di farina. Ho aggiunto sale quanto basta (il miglior modo per capire e assaggiare!) e ho continuato ad impastare. Quanto la sfoglia aveva raggiunto una consistenza che mi soddisfava mi sono fermata. Al tatto deve risultare liscia, elastica, non troppo secca, e agli occhi…molto gialla, visto il consistente uso di uova (se siete vegani…al posto dell’uovo l’acqua e consultate i blog di vegani che sono un pozzo di sapere.. http://www.veganblog.it/author/marianna-s/).

A questo punto datevi un po’ di pace e lasciate riposare l’impasto per mezz’oretta circa.

Dopo aver fatto una merenda o uno spuntino rigeneratore che vi avrà restituito le energie necessarie potrete affrontare la seconda fase… terribile se siete dei fan del mattarello!

Io mi colloco nella categoria “fan del mattarello” (diciamo più per necessità, visto che non ho la macchinetta per stendere la pasta) e così in un cottage irlandese scaldato dal tepore della cucina economica mi sono messa a stendere con tutta la forza che avevo in corpo. Il mattarello era una barzelletta (lo potete vedere nella foto in cui prepariamo i ravioli) ma non mi sono lasciata scoraggiare e stendi stendi è venuta una sfoglia abbastanza fine (tipo fettuccine). Tagliarla è stata un po’ un problema; Teo e Tomi avevano appena comprato il tavolo di legno che non poteva assolutamente essere inciso. Ho risolto spostando la sfoglia su un tagliere d’ulivo.

E’ sopraggiunta poi la questione di dove lasciare asciugare le tagliatelle.. ho legato due spaghi sopra la cucina economica e una ad una le abbiamo “stese” come panni al sole. 

Poi abbiamo fatto un po’ le grulle…

… soprattutto Rose!

E dopo circa quaranta minuti di asciugatura le abbiamo tirate giù e disposte (infarinandole) nel contenitore di legno che si usa per il sushi portato a Tomi dalla sua famiglia giapponese.

Un vero gemellaggio Italia-Giappone!

Per la cottura..impossibile darvi un tempo di cottura! Dipende da quanto le fate spesse, quindi assaggiatele e basta. Se vi piace mantecarle col sugo, scolatele un po’ più al dente.

Ecco le tagliatelle al ragù finto in tavola!! (il piatto con il Monte Bianco di parmigiano deve essere il mio.. ;-) la solita golosona!)

Sono piaciute così tanto che il giorno dopo abbiamo fatto anche i ravioli. Il procedimento per la pasta è esattamente lo stesso. Preparate un ripieno di ricotta e spinaci (ottimo anche l’abbinamento cavolo nero-ricotta) e conditelo con sale, pepe, se vi piacciono un po’ di mandorle tritate. Disponete il ripieno al centro di un quadrato 5/6 cm per lato e piegate il quadrato a metà. Verranno dei bellissimi ravioli triangolari (ricetta pesarese). Conditeli con burro e salvia. Noi ne abbiamo fatti talmente tanti che li abbiamo congelati.

Buon appetito!

Cristina

Ecco le tagliatelle fatte in terra irlandese e stese come dei panni sulla cucina economica ad asciugare.. leggete la ricetta per sapere come sono state impastate!

Ecco le tagliatelle fatte in terra irlandese e stese come dei panni sulla cucina economica ad asciugare.. leggete la ricetta per sapere come sono state impastate!

Cristina.  Su di me ————————————————————————>

Cristina.  Su di me ————————————————————————>

Ecco il video di una mia amica irlandese.. una grande musicista, grande amante della cucina come me, e per fortuna (da poco) mia vicina di casa!! Ecco il suo sito web: http://www.naomiberrill.org/, e il suo canale youtube: http://www.youtube.com/user/coulombe77 !

LA PARMIGIANA DEI MIEI SOGNI
Cari amici,                                                                                                                   
chi l’avrebbe mai detto che avrei cucinato una parmigiana in barca a vela nel mare dell’Isola d’Elba?! Così è stato. Tutto è nato da un invito colto al balzo (la mia specialità) di una banda di amici che avevano progettato di circumnavigare la buffa isola a forma di pesce, e visto che avanzava un lettino mi hanno proposto la cosa. Inutile dire che non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di una così speciale vacanza con degli amici storici che mi hanno visto crescere. Siamo partiti alla volta dell’Elba e la levataccia è stata ricompensata prestissimo quando abbiamo avvistato diversi delfini intenti a recuperare qualche pesciolino sfuggito alle strette maglie delle reti dei pescatori. Nel mentre cercavano di accaparrarsi la colazione, ci hanno regalato lo spettacolo della loro eleganza, ballerini del mare. L’Elba in lontananza, il vento nei capelli, il blu profondo quasi inquietante del mare, il dondolio della barca che ci cullava come una madre, le urla felici dei bambini, i sorrisi stampati sui nostri volti di adulti. Un’esperienza indimenticabile.
Oltre al mare, l’altro protagonista di questa vacanza è stato, tanto per cambiare, il cibo. Nella mia memoria letteraria i pasti in barca a vela (come quelli consumati dal povero Ulisse) erano ridotti a gallette di riso, carni essiccate, pecorini molto stagionati e il pesce pescato in navigazione. E invece mi sono dovuta ricredere..le barche a vela che solcano i mari e gli oceani del terzo millennio sono molto attrezzate e oltre ai gabinetti a pompa (occhio ai bagnanti..) sono dotate di funzionanti frigoriferi e cucine a gas. Così il menù è stato vario e ricco di mangiarini preparati amorevolmente dalla mamma-nonna Cat (gran cuoca e amante delle vittorie a scopa) e da Laure mamma-sorella birichina, nonchè mia compagna di squadra a scopone scientifico (naturalmente abbiamo sempre vinto sugli uomini dell’equipaggio..).                                                 
Un pomeriggio che eravamo intenti a riorganizzare la cambusa, scorgendo quattro melanzane, due mozzarelle e una pomarola che andava consumata, ho esclamato: “potrei fare una parmigiana!”, sicura dentro di me che l’equipaggio avrebbe risposto: “noooooooooooooo! ma come fai a farla in barca a vela????”. Invece la risposta è stata affermativa. In questo clima di entusiasmo collettivo generato dalla prospettiva di gustare un così prelibato piatto, si andava formando in me un’ansia dovuta al pensiero della preparazione e dell’importanza che questa mia prestazione potesse avere. Era un po’ come restituire tutta la generosità, l’affetto e la disponibilità che queste persone avevano dimostrato nei miei confronti. Non potevo assolutamente sbagliare. E come ben si sa, questo pensiero può creare dei veri disastri. Ho ricercato dentro di me un po’ di quel raro pragmatismo svizzero che ho ereditato da mia mamma e, mentalmente, ho pianificato nei minimi dettagli la realizzazione della parmigiana. Così, un giorno che siamo scesi a terra ferma per fare due passi (oimmena che mal di terra! mi girava la testa, non ero più abituata alla staticità dei pavimenti) ho acquistato gli ultimi ingredienti e la fiducia nella riuscita della mia impresa. Appena rientrati sulla barca mi sono raccolta in un momento di religioso silenzio meditativo per stabilire l’ora in cui avrei iniziato a sfoderare le mie abilità di cuoca. Ho calcolato che più meno avrei impiegato due ore, e sapevo che sarebbero stati minuti molto intensi in cui avrei dovuto mantenere la concentrazione a livelli alti. Con l’aiuto di Cat (e il sostegno psicologico di Dadì-il pescatore, fondamentale!) ho iniziato a sbucciare le melanzane (trucco imparato da una massaia pesarese, in effetti le melanzane cuociono parecchio prima e si riduce così quella fase atroce che è la friggitura). Per cuocere le melanzane questa volta ho adottato una tecnica leggermente diversa, l’ho letta su un libro di un grande cuoco che purtroppo non mi ricordo come si chiami. Ho utilizzato due padelle; nella prima facevo abbrustolire le melanzane senza olio (come su una piastra), nella seconda le passavo in un po’ d’olio, finchè non mi sembravano cotte. In questo modo, scrive lo chef misterioso, le melanzane assorbono meno olio risultando così più digeribili. Una volta tolte dal fuoco le ho disposte su un vassoio accuratamente ricoperto di carta assorbente, così che perdessero un po’ d’unto. Dopo averle cotte tutte in questo modo, mi sarei buttata per un’ora nel mare, ma ho stretto i denti e ho resistito alla tentazione di un bagno, visto che comunque mi sembrava di essere a buon punto.Poi ho tagliato le tre mozzarelle a fettine, e Cat ha grattato il parmigiano. La pomarola, per fortuna (oserei dire), era già pronta. E così è iniziata la fase di costruzione della nostra parmigiana; due teglie d’alluminio riempite di strati di melanzane alternati a sugo, mozzarella, parmigiano, pepe, sale, olio d’oliva. In poco tempo era pronta per andare nel forno ben caldo, e in quei venti minuti in cui vi è rimasta, mi sono tuffata nel mare quieto della sera. Che bellezza! Alle sette, più o meno, eravamo a tavola. Cat aveva cucinato un riso in bianco (che a mio modestissimo parere si accompagna splendidamente al sapore piccante e allo stesso tempo dolce di questo piatto) e un insalata di finocchi e mele (apprezzata da tutti noi, soprattutto dai bimbi). L’equipaggio ha apprezzato la mia creazione, tanto da spolverare tutto!!
Mentre i nostri stomaci erano intenti a esultare per l’arrivo di queste leccornie, noi ci siamo goduti il privilegio di essere lontano dai rumori degli aperitivi sul lungomare, e di essere sospesi in quella dimensione magica che la barca offre. L’essere confinati in uno spazio così ristretto potrebbe sembrare claustrofobico, e invece è piuttosto come stare in un abbraccio continuo, quello del mare.
La vacanza si è conclusa, e ora siamo tutti a casa, ognuno in una parte di mondo diversa. Mi porto nel cuore un minestrone di ricordi; l’emozione che si prova nel cucinare per delle persone a cui vuoi bene, il coraggio della piccola marinaia che si tuffava come un delfino, la frizzante vitalità del piccolo capitano e la sua forza nel vincere le proprie paure, la sicurezza del grande capitano Giannimarco e la sua voglia di giocare come un bambino, la determinazione di Laure e il suo umorismo da vera livornese, la premurosità di Cat e le sue mille passioni, la gioia di Dadì-il pescatore e il suo amore per il mare che gli brilla negli occhi. 
Il silenzio delle onde, le stelle che non avevo mai visto così belle. 

LA PARMIGIANA DEI MIEI SOGNI

Cari amici,                                                                                                                   

chi l’avrebbe mai detto che avrei cucinato una parmigiana in barca a vela nel mare dell’Isola d’Elba?! Così è stato. Tutto è nato da un invito colto al balzo (la mia specialità) di una banda di amici che avevano progettato di circumnavigare la buffa isola a forma di pesce, e visto che avanzava un lettino mi hanno proposto la cosa. Inutile dire che non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di una così speciale vacanza con degli amici storici che mi hanno visto crescere. Siamo partiti alla volta dell’Elba e la levataccia è stata ricompensata prestissimo quando abbiamo avvistato diversi delfini intenti a recuperare qualche pesciolino sfuggito alle strette maglie delle reti dei pescatori. Nel mentre cercavano di accaparrarsi la colazione, ci hanno regalato lo spettacolo della loro eleganza, ballerini del mare. L’Elba in lontananza, il vento nei capelli, il blu profondo quasi inquietante del mare, il dondolio della barca che ci cullava come una madre, le urla felici dei bambini, i sorrisi stampati sui nostri volti di adulti. Un’esperienza indimenticabile.

Oltre al mare, l’altro protagonista di questa vacanza è stato, tanto per cambiare, il cibo. Nella mia memoria letteraria i pasti in barca a vela (come quelli consumati dal povero Ulisse) erano ridotti a gallette di riso, carni essiccate, pecorini molto stagionati e il pesce pescato in navigazione. E invece mi sono dovuta ricredere..le barche a vela che solcano i mari e gli oceani del terzo millennio sono molto attrezzate e oltre ai gabinetti a pompa (occhio ai bagnanti..) sono dotate di funzionanti frigoriferi e cucine a gas. Così il menù è stato vario e ricco di mangiarini preparati amorevolmente dalla mamma-nonna Cat (gran cuoca e amante delle vittorie a scopa) e da Laure mamma-sorella birichina, nonchè mia compagna di squadra a scopone scientifico (naturalmente abbiamo sempre vinto sugli uomini dell’equipaggio..).                                                

Un pomeriggio che eravamo intenti a riorganizzare la cambusa, scorgendo quattro melanzane, due mozzarelle e una pomarola che andava consumata, ho esclamato: “potrei fare una parmigiana!”, sicura dentro di me che l’equipaggio avrebbe risposto: “noooooooooooooo! ma come fai a farla in barca a vela????”. Invece la risposta è stata affermativa. In questo clima di entusiasmo collettivo generato dalla prospettiva di gustare un così prelibato piatto, si andava formando in me un’ansia dovuta al pensiero della preparazione e dell’importanza che questa mia prestazione potesse avere. Era un po’ come restituire tutta la generosità, l’affetto e la disponibilità che queste persone avevano dimostrato nei miei confronti. Non potevo assolutamente sbagliare. E come ben si sa, questo pensiero può creare dei veri disastri. Ho ricercato dentro di me un po’ di quel raro pragmatismo svizzero che ho ereditato da mia mamma e, mentalmente, ho pianificato nei minimi dettagli la realizzazione della parmigiana. Così, un giorno che siamo scesi a terra ferma per fare due passi (oimmena che mal di terra! mi girava la testa, non ero più abituata alla staticità dei pavimenti) ho acquistato gli ultimi ingredienti e la fiducia nella riuscita della mia impresa. Appena rientrati sulla barca mi sono raccolta in un momento di religioso silenzio meditativo per stabilire l’ora in cui avrei iniziato a sfoderare le mie abilità di cuoca. Ho calcolato che più meno avrei impiegato due ore, e sapevo che sarebbero stati minuti molto intensi in cui avrei dovuto mantenere la concentrazione a livelli alti. Con l’aiuto di Cat (e il sostegno psicologico di Dadì-il pescatore, fondamentale!) ho iniziato a sbucciare le melanzane (trucco imparato da una massaia pesarese, in effetti le melanzane cuociono parecchio prima e si riduce così quella fase atroce che è la friggitura). Per cuocere le melanzane questa volta ho adottato una tecnica leggermente diversa, l’ho letta su un libro di un grande cuoco che purtroppo non mi ricordo come si chiami. Ho utilizzato due padelle; nella prima facevo abbrustolire le melanzane senza olio (come su una piastra), nella seconda le passavo in un po’ d’olio, finchè non mi sembravano cotte. In questo modo, scrive lo chef misterioso, le melanzane assorbono meno olio risultando così più digeribili. Una volta tolte dal fuoco le ho disposte su un vassoio accuratamente ricoperto di carta assorbente, così che perdessero un po’ d’unto. Dopo averle cotte tutte in questo modo, mi sarei buttata per un’ora nel mare, ma ho stretto i denti e ho resistito alla tentazione di un bagno, visto che comunque mi sembrava di essere a buon punto.Poi ho tagliato le tre mozzarelle a fettine, e Cat ha grattato il parmigiano. La pomarola, per fortuna (oserei dire), era già pronta. E così è iniziata la fase di costruzione della nostra parmigiana; due teglie d’alluminio riempite di strati di melanzane alternati a sugo, mozzarella, parmigiano, pepe, sale, olio d’oliva. In poco tempo era pronta per andare nel forno ben caldo, e in quei venti minuti in cui vi è rimasta, mi sono tuffata nel mare quieto della sera. Che bellezza! Alle sette, più o meno, eravamo a tavola. Cat aveva cucinato un riso in bianco (che a mio modestissimo parere si accompagna splendidamente al sapore piccante e allo stesso tempo dolce di questo piatto) e un insalata di finocchi e mele (apprezzata da tutti noi, soprattutto dai bimbi). L’equipaggio ha apprezzato la mia creazione, tanto da spolverare tutto!!

Mentre i nostri stomaci erano intenti a esultare per l’arrivo di queste leccornie, noi ci siamo goduti il privilegio di essere lontano dai rumori degli aperitivi sul lungomare, e di essere sospesi in quella dimensione magica che la barca offre. L’essere confinati in uno spazio così ristretto potrebbe sembrare claustrofobico, e invece è piuttosto come stare in un abbraccio continuo, quello del mare.

La vacanza si è conclusa, e ora siamo tutti a casa, ognuno in una parte di mondo diversa. Mi porto nel cuore un minestrone di ricordi; l’emozione che si prova nel cucinare per delle persone a cui vuoi bene, il coraggio della piccola marinaia che si tuffava come un delfino, la frizzante vitalità del piccolo capitano e la sua forza nel vincere le proprie paure, la sicurezza del grande capitano Giannimarco e la sua voglia di giocare come un bambino, la determinazione di Laure e il suo umorismo da vera livornese, la premurosità di Cat e le sue mille passioni, la gioia di Dadì-il pescatore e il suo amore per il mare che gli brilla negli occhi.

Il silenzio delle onde, le stelle che non avevo mai visto così belle. 

Insalata col sedano rapa

                                               

INSALATA COL SEDANO RAPA 

Buonasera a tutti,oggi vi propongo una curiosa insalata che porta con se i sapori del nord Europa.L’ho conosciuta grazie a mia madre svizzera. Questo piatto è entrato a far parte delle nostre vigilie di Natale; infatti la tradizione elvetica vuole che per il 24 Dicembre si mangino milioni di tartine ognuna fatta in modo diverso, l’importante è che ci sia uno strato di burro alto almeno due centimetri sotto i vari condimenti! Uno di questi è con il sedano rapa, arricchito dal dolce asprognolo della mela e dal gusto croccante delle noci autunnali.
Ingredienti:

  • un sedano rapa,
  • un barattolo di yogurt,
  • noci a volontà,
  • mele,
  • maionese,
  • sale.

Sbucciate il sedano rapa, fatelo a pezzi e tritatelo con un frullatutto (o altrimenti servitevi della grattugia ma è un lavoro abbastanza lungo). Sbucciate le mele e fatele a pezzetti piccoli. Sgusciate le noci e lasciatene alcune a metà, le altre rompetele così da frammentarle.Adesso prendete una ciotola e mescolate tutti questi ingredienti, aggiungendo lo yogurt, il sale e un po’ di maionese.Decorate con le noci che avevate lasciato a metà. Servite!!!

Buon Appetito!

RICETTA PER TUTTE LE DOMENICHE DELL’ANNO
Cari amici buongustai,
 questa ricetta è rivolta a chi ama festeggiare la domenica non solo in quanto giorno del Signore, ma soprattutto come momento di festa familiare. Se volete avventurarvi nella preparazione di questo pane svizzero sappiate che ingerirete una consistente dose di burro. Siete pronti?!
ZOPF (dal tedesco treccia):
1kg di farinaun pizzico di sale,
mezzo litro di latte,
125 g di burro,
un cubetto da 25 g di lievito,
un cucchiaio di zucchero,
un tuorlo d’uovo. 
Prendete una grande ciotola dove rovescerete la farina insieme al pizzico di sale, contemporaneamente sciogliete il lievito in una scodella. Per scioglierlo basta spezzettarlo con un cucchiaio e mescolarlo allo zucchero, avverrà una miracolosa reazione chimica che trasformerà il cubetto in un liquido marroncino molto profumato, aggiungetelo, quindi, alla farina, mescolando il tutto. Versate il latte in un pentolino e mettetelo a scaldarlo a fuoco lento aggiungendo il burro. Una volta che il burro si è sciolto, spegnete il fuoco e lasciate che il latte si freddi un pochino. Quando lo mescolerete al resto deve essere tiepido altrimenti uccide il lievito e il vostro zopf non si gonfierà a dovere! A questo punto dovrete impastare, impastare e ancora impastare. Più impasterete e più il vostro zopf risulterà soffice. Per verificare che abbiate fatto un buon lavoro, prendete l’impasto e tagliatelo a metà con un coltello, nel mezzo ci dovranno essere delle bollicine, segno che la lievitazione è partita. Se tutto va bene coprite la ciotola contenente l’impasto con un panno bagnato con acqua calda, e lasciatelo vicino al termosifone (se è inverno) per un paio d’ore a lievitare, altrimenti continuate a impastare con forza. A proposito di forza, la tradizione svizzera vuole che in questa fase si prenda la palla di pane e la si lanci sul tavolo (non so per quale misteriosa ragione). Mio fratello ha eseguito questa operazione con un po’ troppo vigore, rompendo il nostro tavolo di marmo..quindi dosate l’energia, che può essere pericolosa!!! La fase successiva è la più complessa; si tratta di fare una treccia a quattro braccia, la lascio alla vostra immaginazione perché è praticamente impossibile da spiegare. Intanto dovete dividere l’impasto lievitato in due parti (o tre) se decidete di fare una treccia. Se invece volete divertirvi a fare dei simpatici omini di pane, che tradizionalmente vengono fatti per il 6 Dicembre, la festa di San Nicola, dividete l’impasto da 1 Kg in almeno otto parti. Occhi e nasi, bottoni e cinture potrete realizzarli con uvetta e mandorle!!!! Quando sarete soddisfatti delle vostre opere d’arte spennellatele tutte con il tuorlo d’uovo e infornate: se avete fatto la pseudo treccia, cuocetela per circa un’ora a temperatura tra i 180° e i 200°C, se invece avete fatto gli omini, va bene la stessa temperatura ma per non più di mezz’ora di tempo! 
Buon divertimento e a presto!
Cristina
Ps dimenticavo… il pane viene mangiato alla colazione della domenica con burro e marmellate o miele!

RICETTA PER TUTTE LE DOMENICHE DELL’ANNO

Cari amici buongustai,

 questa ricetta è rivolta a chi ama festeggiare la domenica non solo in quanto giorno del Signore, ma soprattutto come momento di festa familiare. Se volete avventurarvi nella preparazione di questo pane svizzero sappiate che ingerirete una consistente dose di burro. Siete pronti?!


ZOPF (dal tedesco treccia):

  • 1kg di farinaun pizzico di sale,
  • mezzo litro di latte,
  • 125 g di burro,
  • un cubetto da 25 g di lievito,
  • un cucchiaio di zucchero,
  • un tuorlo d’uovo. 

Prendete una grande ciotola dove rovescerete la farina insieme al pizzico di sale, contemporaneamente sciogliete il lievito in una scodella. Per scioglierlo basta spezzettarlo con un cucchiaio e mescolarlo allo zucchero, avverrà una miracolosa reazione chimica che trasformerà il cubetto in un liquido marroncino molto profumato, aggiungetelo, quindi, alla farina, mescolando il tutto. Versate il latte in un pentolino e mettetelo a scaldarlo a fuoco lento aggiungendo il burro. Una volta che il burro si è sciolto, spegnete il fuoco e lasciate che il latte si freddi un pochino. Quando lo mescolerete al resto deve essere tiepido altrimenti uccide il lievito e il vostro zopf non si gonfierà a dovere! A questo punto dovrete impastare, impastare e ancora impastare. Più impasterete e più il vostro zopf risulterà soffice. Per verificare che abbiate fatto un buon lavoro, prendete l’impasto e tagliatelo a metà con un coltello, nel mezzo ci dovranno essere delle bollicine, segno che la lievitazione è partita. Se tutto va bene coprite la ciotola contenente l’impasto con un panno bagnato con acqua calda, e lasciatelo vicino al termosifone (se è inverno) per un paio d’ore a lievitare, altrimenti continuate a impastare con forza. A proposito di forza, la tradizione svizzera vuole che in questa fase si prenda la palla di pane e la si lanci sul tavolo (non so per quale misteriosa ragione). Mio fratello ha eseguito questa operazione con un po’ troppo vigore, rompendo il nostro tavolo di marmo..quindi dosate l’energia, che può essere pericolosa!!! La fase successiva è la più complessa; si tratta di fare una treccia a quattro braccia, la lascio alla vostra immaginazione perché è praticamente impossibile da spiegare. Intanto dovete dividere l’impasto lievitato in due parti (o tre) se decidete di fare una treccia. Se invece volete divertirvi a fare dei simpatici omini di pane, che tradizionalmente vengono fatti per il 6 Dicembre, la festa di San Nicola, dividete l’impasto da 1 Kg in almeno otto parti. Occhi e nasi, bottoni e cinture potrete realizzarli con uvetta e mandorle!!!! Quando sarete soddisfatti delle vostre opere d’arte spennellatele tutte con il tuorlo d’uovo e infornate: se avete fatto la pseudo treccia, cuocetela per circa un’ora a temperatura tra i 180° e i 200°C, se invece avete fatto gli omini, va bene la stessa temperatura ma per non più di mezz’ora di tempo! 

Buon divertimento e a presto!

Cristina

Ps dimenticavo… il pane viene mangiato alla colazione della domenica con burro e marmellate o miele!

La torta al cioccolato di Fefì

Cari amici,
in questo pomeriggio primaverile mi sono cimentata in una delle ricette che è stata la mia cavalla di battaglia per molti anni: la torta al cioccolato. Quando si parla di torte è scontato che in verità si parli di lei, la regina delle torte, la perla nera della pasticceria mondiale.
E’ dolce, seducente, appagante, sincera, sorprendente e molto altro. Me ne sono innamorata al primo assaggio… 

La ricetta originale è della Nonna Frieda, quella che vi propongo è riadattata alla maniera “porcata con stile” (della cui corrente sono una fervente sostenitrice).

Procedimento:
In un’ampia ciotola (una ciotolona per intendersi) mescolate 3 uova, 200 g di zucchero e 100 g di burro che avrete sciolto a bagno maria.
Poi aggiungete 3 cucchiai di cacao amaro, 100 g di mandorle o nocciole tritate e 250 g di farina a cui avrete aggiunto separatamente una bustina di lievito per dolci. Mescolate bene, e quando l’impasto vi sembra omogeneo versate a poco a poco una tazza di latte freddo. 

Qui si concluderebbe la versione “casta” della ricetta.. Per chi volesse calarsi nel difficilissimo ruolo del tentatore, ecco la seconda parte. 

All’impasto aggiungete anche una tavoletta di cioccolato fondente fatto a pezzetti e 6/7 noci private del loro guscio e sminuzzate.
Per chi invece volesse tenersi leggero penso si possa sostituire il burro con l’olio e il latte con lo yogurth, ma come disse mia zia romana decrepita: ”Il buro è il buro!”.

Infornate infine per un’ora a 175°. 

Stasera la dolce morettina ed io attraverseremo la città per andare a trovare Fefì. Fefì mi ha aperto molte volte la porta, quando ancora suonavo i campanelli con titubanza, e mi arrampicavo incerta nelle sue buie scale (in tutti questi anni non ho mai capito dove si nascondesse l’interruttore) per poi giungere alla luce, quella del sole, e la sua che sprizzava incessantemente. Arrivavo spesso sudata; la strada con le salite che ci separava ero solita percorrerla a cavallo della bici, fischiettando quando non pioveva. Imprecando quando diluviava. 
Svelta mi cambiavo, perchè per stare con Fefì volevo essere apposto. Lei sapeva e capiva. Vedeva e diceva. Riusciva a ricomporre svelta un puzzle di mille pezzi, ne trovava il senso.
Qualche volta dalla sua bocca uscivano parole un po’ scomode- “Certo che ogni tanto voi bilance la quarta potreste ingranarla, eh!” - ma sincere e avvolte di un amore che difficilmente potrò scordare.
Fefì è un sagittario. Di quelli che se arrivi nel giorno giusto ti prendono per mano e ti portano nei loro viaggi impossibili, rendendoli reali, vedono cose della tua vita che mai avresti potuto pensare. A volte sconvolgono.

Fefì e il turbinio dei suoi riccioli neri. Fefì che ama la musica e la libertà.
Fefì dal cuore grande, materno. Fefì che aiuta le persone a imparare a volare, e restituisce loro le ali che chissà dove si erano ingarbugliate.

Mille volte ho risalito il fiume per andare a trovarla. Prima sola, poi con il panchetto, la palla, la viola, i libri. Fefì ci prendeva tutti. E stasera mi prenderà anche con la cioccolatosa torta cucinata per lei..





UN PESTO SPECIALE
Cari amici amanti della cucina,
approfitto di una buona connessione internet per aggiornare questo ricettario telematico. A proposito dei libri di cucina: sono mondi fantastici, io conservo gelosamente quelli che mi ha regalato mia nonna Frieda, amo sfogliarli e cogliere sulle pagine ingiallite qualche macchia di farina, gocce di cioccolato, ditate imburrate, e poter, alla fine, acchiappare l’odore delle delizie che stava sfornando.Non vorrei avervi illuso, non è una ricetta di biscotti quella di oggi! (arriverà arriverà..) ma piuttosto un ottimo piatto veloce da preparare e molto saporito. Un ottimo pesto invernale!PASTA COL PESTO DI CAVOLO NERO
500 g di pasta di farro o integrale (o bianca),
 un mazzo di cavolo nero,
1 spicchio d’aglio,
parmigiano a volontà,
100g di mandorle o pinoli,
olio nuovo
pepe e peroncino.
Lessate il cavolo nero in una pentola con abbondante acqua (che riutilizzerete per cuocere la pasta che così sarà ancora più saporita). Levatelo dalla pentola, non appena cotto e lasciatelo un po’ scolare in uno scolapasta. A questo punto saltatelo in padella con un filo d’olio, sale e pepe. Quando si sarà un po’ più insaporito, toglietelo dalla padella e mettetelo in un frullatore con uno spicchio di aglio crudo (sempre che vi piaccia..), le mandorle o i pinoli, un pizzico di peperoncino, il parmigiano eun po’ d’olio nuovo. Se non riuscite a frullarlo bene aggiungete un cucchiaio dell’acqua in cui l’avevate cotto. Assaggiate!! Sentite se è giusto di sale, pepe,parmigiano, altrimenti aggiungetene ancora. Cuocete la pasta, e servite in una bella ciotola di ceramica mescolando il pesto alla pasta, spolverate con un po’ di parmigiano grattugiato e aggiungete qualche pinolo per decorare. 
Varianti per i più golosi: potete aggiungere al pesto anche qualche salsiccia fatta a pezzi, in questo caso evitate di mettere i pinoli e le mandorle!Buon Appetito!

UN PESTO SPECIALE

Cari amici amanti della cucina,

approfitto di una buona connessione internet per aggiornare questo ricettario telematico. A proposito dei libri di cucina: sono mondi fantastici, io conservo gelosamente quelli che mi ha regalato mia nonna Frieda, amo sfogliarli e cogliere sulle pagine ingiallite qualche macchia di farina, gocce di cioccolato, ditate imburrate, e poter, alla fine, acchiappare l’odore delle delizie che stava sfornando.
Non vorrei avervi illuso, non è una ricetta di biscotti quella di oggi! (arriverà arriverà..) ma piuttosto un ottimo piatto veloce da preparare e molto saporito. Un ottimo pesto invernale!

PASTA COL PESTO DI CAVOLO NERO

  • 500 g di pasta di farro o integrale (o bianca),
  •  un mazzo di cavolo nero,
  • 1 spicchio d’aglio,
  • parmigiano a volontà,
  • 100g di mandorle o pinoli,
  • olio nuovo
  • pepe e peroncino.



Lessate il cavolo nero in una pentola con abbondante acqua (che riutilizzerete per cuocere la pasta che così sarà ancora più saporita). Levatelo dalla pentola, non appena cotto e lasciatelo un po’ scolare in uno scolapasta. A questo punto saltatelo in padella con un filo d’olio, sale e pepe. Quando si sarà un po’ più insaporito, toglietelo dalla padella e mettetelo in un frullatore con uno spicchio di aglio crudo (sempre che vi piaccia..), le mandorle o i pinoli, un pizzico di peperoncino, il parmigiano eun po’ d’olio nuovo. Se non riuscite a frullarlo bene aggiungete un cucchiaio dell’acqua in cui l’avevate cotto. Assaggiate!! Sentite se è giusto di sale, pepe,parmigiano, altrimenti aggiungetene ancora. Cuocete la pasta, e servite in una bella ciotola di ceramica mescolando il pesto alla pasta, spolverate con un po’ di parmigiano grattugiato e aggiungete qualche pinolo per decorare. 

Varianti per i più golosi: potete aggiungere al pesto anche qualche salsiccia fatta a pezzi, in questo caso evitate di mettere i pinoli e le mandorle!
Buon Appetito!

Torta di porri

Oggi vi racconterò di un piatto veloce da cucinare, ma bello da presentare: si tratta di una magnifica torta salata! La potete fare con più o meno tutto quello che avete nel frigo o in casa; vi riporto prima la mia versione preferita e poi tutte le possibili varianti.

TORTA DI PORRI
Ingredienti:

  • 200g di farina metà semintegrale e metà di farro,
  • 1 cucchiaio di olio di oliva,
  • 1 cucchiaio di semi di sesamo,
  • un pizzico di origano,
  • 4 porri lavati e tagliati a rondelline,
  • 1 uovo,
  • 3 cucchiai di yogurt bianco,
  • sale e pepe qb,
  • un pizzico di curcuma,
  • parmigiano.                                                                                                                   

Preparate l’impasto per la sfoglia impastando la farina (io di solito uso quella di farro, molto buona e saporita) con un po’ di sale, acqua tiepida, olio, semi di sesamo e origano (se volete potete aggiungere anche un pizzico di peperoncino che stupirà i vostri ospiti!). Lasciatela riposare per mezzoretta. Nel frattempo soffriggete i porri con un po’ d’olio e un po’ di salsa di soia (li donerà un’aroma rarissimo), salateli (non troppo se usate la salsa di soia-che sala abbastanza da sola). Lasciateli appassire, coprendo la padella con un coperchio, così cuoceranno più velocemente. Quando saranno cotti versateli in una ciotola e mescolateli con lo yogurt, l’uovo sbattuto, il parmigiano grattato, sale, pepe e la curcuma che donerà alla vostra torta un colore particolare…provare per credere! Adesso potete stendere la pasta; a seconda della teglia di cui disponete sbizzaritevi con le forme! Una volta stesa la pasta, bucherellatela con una forchetta (dimenticavo! ungete la teglia con un po’ d’olio), e distribuite uniformemente i porri che avevate mescolato a tutto il resto. Spolverate con un po’ di parmigiano e infornate per 45 minuti a 180°C.
Ecco le possibili varianti! Per coloro che non vogliono usare formaggi, consiglio di usare i semi di girasole, sono ottimi e molto gustosi (quasi come il parmigiano). Per coloro che amano di più le cipolle piuttosto che i porri: utilizzate lo stesso procedimento ma sostituendo ai porri le cipolle e qualche patata a pezzi. Per coloro che amano di più gli spinaci: fate tutto nello stesso modo ma utilizzate gli spinaci lessati al posto dei porri e la ricotta al posto dello yogurt.
Buon appetito!

Le uova di pasqua svizzere… leggete il post per scoprire come farle!!!

Le uova di pasqua svizzere… leggete il post per scoprire come farle!!!

Tagliatelle e ravioli irlandesi
Tarantella lucana – 

Ecco una registrazione molto “alla buona” di una stupenda tarantella lucana suonata da Mario all’organetto e da me al violino!

Se volete ascoltare altre musica di Mario ecco il suo canale youtube

Insalata col sedano rapa
La torta al cioccolato di Fefì
Torta di porri

Su di me:

Sono cresciuta a suon di minestre di cavolo nero e di cicoria amarissima, mentre sognavo come tutti i bambini torte al cioccolato e dolciumi. La passione per la cucina l'ho recuperata dai piatti elvetici di mia nonna Frieda e dai racconti di mio babbo della nonna Rosa. Due nonne lontane che non si conoscevano. Chissà come si sarebbero sfidate ai fornelli se si fossero incontrate?

Seguendo: